Parte I

Alla metà dell’Ottocento la casa di Pratello, residenza estiva della famiglia Brunaldeschi, era al centro di un reticolo di campi coltivati, case coloniche, stalle, dove l’attività ferveva incessante. In cima a una collinetta, un po’ in disparte, sorgeva un’antica cappella, che sebbene non facesse parrocchia, aveva a disposizione un prete a tempo pieno, per via di un privilegio che risaliva a chissà quale secolo. A quei tempi nella canonica viveva un anziano pretino, un ometto smilzo con i capelli e le folte sopracciglia candidi e il viso rubizzo di chi passa molto tempo all’aria aperta e magari ci dà dentro col bicchiere. Nonostante ciò era un uomo angelico, che passava il tempo zappettando un orticello minuscolo e approfondendo le sue nozioni di teologia con l’aiuto di alcuni libri che teneva su un ripiano del guardaroba di sagrestia, tra i paramenti, lisi e alquanto smangiucchiati dalle tarme, e i vari calici d’argento accumulatisi da una generazione all’altra. Il piccolo Giuliano amava gironzolare per la sagrestia, annusare il tanfo polveroso degli armadi tarlati, dei vecchi libri e delle vecchie stoffe, che si mescolava all’odore di acqua marcia proveniente dai vasi di fiori dell’altare; gli piaceva camminare sulla passatoia sbiadita e consumata che attutiva il rumore dei suoi passi, sfogliare i vecchi registri dei battesimi e dei matrimoni, passare il dito sui bassorilievi dell’altare in terracotta e sulle pieghe dell’abito di San Giuseppe, dove la polvere si depositava. Si sentiva attratto da quel silenzio nel quale anche lo stridio prodotto dallo spostare una sedia assumeva risonanze imprevedibili, da quell’atmosfera stagnante, da quell’odore: e quando pensava alla santità, alla condizione dei beati in Paradiso –  ecco, per lui la santità doveva in un modo o nell’altro avere a che fare con quell’odore di muffa, di putridume e di morte.

Quando il vecchio prete dalle guance rosse morì, venne a sostituirlo un giovane uscito da poco dal seminario, un certo don Filippo, un giovanottone dal viso aperto, con vivaci occhi scuri e mascella quadrata; i capelli neri e ricci formavano una gran massa incombente sulla fronte spaziosa, le spalle erano larghe e il petto ampio.

“Perché vuoi farti prete, figlio mio”, aveva cercato di dissuaderlo suo padre, quando Filippo aveva manifestato in famiglia la propria vocazione. “Sei un bel ragazzo e lo sai come sono le donne. Le chiese sono sempre piene di donne: catechiste giovani e anziane, ragazze del coro, dame vincenziane, zitelle devote e volenterose. Tutte brave persone, tutte con ottime intenzioni! Ma non si sa mai! Potrebbe capitare a qualcuna di loro di posare, senza volontà di peccare, s’intende, gli occhi su di te. Potresti tu stesso venire distratto dal tuo sacro ministero, a causa delle loro attrattive. Pensaci, figlio mio”.

Filippo ci aveva già pensato, ma per scrupolo di coscienza e per dovere filiale ci pensò ancora. Infine si ripresentò davanti al padre.

“Credo che la mia vocazione sia autentica, babbo. Del resto”, soggiunse, “anche un aspetto non sgradevole può essere un mezzo per servire il Signore”.

La chiesetta di Pratello era la sua prima destinazione: ci arrivò in un caldo pomeriggio estivo, accompagnato da una zia vedova, senza figli, che si era proposta nel ruolo di perpetua.

«Avrai bisogno di una donna che si prenda cura di te! E io non ho più nessuno, ormai, in città», gli aveva detto, e sebbene lui avesse protestato di non avere grandi esigenze e di essere certo di potersela cavare da solo, la zia era stata irremovibile.

Per arrivare fin là avevano percorso la strada provinciale che s’inerpicava a curve su per la collina: li aveva accompagnati un cugino che possedeva una carretta trainata da un mulo, sulla quale Filippo aveva caricato le sue scarse masserizie. A un certo punto dovettero abbandonare la strada provinciale e addentrarsi in mezzo al bosco per un viottolo stretto e accidentato, sul quale il mulo sembrava a suo agio come in casa propria, mentre i passeggeri sobbalzavano ad ogni istante per i sassi e le buche in cui le ruote del pericolante veicolo continuavano a imbattersi. Il sentiero era però ombroso e ventilato, fiancheggiato da alte felci, da rovi e da ciuffi di ginestra; in basso, bordavano il viottolo pianticelle di fragole di bosco, la cui vista mandava in estasi l’anziana donna, insieme a quella di numerosi fiori di campo: papaveri, garofani selvatici, campanule e margherite. A un tratto il sentiero si biforcava: a destra si raggiungeva, superato un dosso, la casa padronale, cui don Filippo si ripromise di far visita uno dei prossimi giorni, non appena avesse preso fiato; a sinistra, s’inerpicava ripido verso la cappella, meta del lungo e faticoso viaggio.

Raggiunto lo spiazzo erboso antistante la piccola costruzione quadrata che comprendeva la cappella e l’attigua abitazione, i tre viaggiatori scesero dal traballante veicolo e tra sospiri ed esclamazioni di sollievo tentarono qualche passo per sgranchirsi le membra; poi ciascuno di essi si rivolse a ciò che più lo interessava. Il giovane prete entrò in chiesa e, dopo avere intinto la mano nell’acqua benedetta ed essersi devotamente segnato, stette in silenzio a contemplare la piccolezza del locale, la luce che filtrava polverosa attraverso un unico finestrone, i famosi bassorilievi dell’altare vantati da più di una guida turistica della zona. Pensava agli anni che avrebbe trascorso in quella contrada sperduta – alle poche anime di cui avrebbe dovuto prendersi cura, alle messe solitarie che avrebbe celebrato frettolosamente nei grigi mattini invernali, quando il sole non è ancora sorto – ed essendo di animo semplice, assolutamente non ambizioso e capace di adattarsi con prontezza a qualunque nuova situazione, amante inoltre della quiete e della solitudine, dentro di sé cominciava a rallegrarsi fantasticando lunghe passeggiate nel bosco, nel quale aveva intravisto poco prima, stando issato sul carretto, aprirsi ignoti e promettenti sentieri; o serene ore dedicate allo studio e alla lettura, per la fortificazione dello spirito.

La zia, invece, animata da impulsi ben più pratici, aveva socchiuso la porta della canonica ed aspirando vigorosamente il tanfo di muffa e di putridume che vi ristagnava era entrata. Sospirando e gemendo e alzando più volte le braccia al cielo in segno di sconforto, aveva ispezionato il locale, fatto di molte piccole stanze che si susseguivano una dentro l’altra: la prima era la cucina, l’ultima uno stanzino-ripostiglio munito di un foro, praticato nel pavimento allo scopo di consentire l’espletamento dei bisogni corporali, che sprigionava, com’è facile immaginare, pestifere esalazioni. Del resto tutta l’abitazione era maleodorante e sporca, umida e muffita, e la povera donna, giungendo le mani, torcendole e portandosele alla testa, manifestava il proprio sgomento e, pentita già del passo fatto, immaginava se stessa, confinata in quel luogo squallido, quasi alla fine del mondo, sola e condannata a strofinare, senza speranza, in vitam aeternam, amen.

Il cugino, non dovendo stabilirsi là, non sembrava particolarmente turbato dall’aspetto della casa né dai suoi odori, e tanto meno dall’esibizione dell’angoscia in cui la poveretta era piombata: ma energico e volenteroso andava avanti e indietro con pacchi, valigie e bauli, desideroso di rendersi utile e, nello stesso tempo, di sbrigarsi per poter venir via prima di sera.

Fu proprio a questo punto che un nuovo personaggio comparve sulla scena: era il giovane Giuliano, che aveva all’epoca quindici o sedici anni e che sbucava in quel momento sul piazzale, essendo salito alla cappella per dare un’occhiata, se veramente, come gli era stato riferito da qualcuno che aveva visto il mulo arrancare su per la salita, il nuovo parroco fosse arrivato. Non appena vide don Filippo, Giuliano ne fu profondamente impressionato. Innanzitutto si aspettava un uomo più anziano; inoltre l’aspetto del nuovo arrivato, quell’aria di salute e bellezza, quell’espressione aperta, serena e cordiale, tutto ciò lo colpì fortemente e lo lasciò senza fiato. Giuliano, che conosceva bene se stesso e sulle proprie peculiarità aveva più volte riflettuto, sapeva di essere più sensibile al fascino di due larghe spalle maschili che a quello delle bianche e grassocce membra femminili: era un segreto, questo, che custodiva dentro di sé e che non aveva rivelato ad alcuno, ma che, com’è facile indovinare, gli aveva causato già non poche sofferenze. Egli si fece avanti con passo esitante e si presentò; ricevette senza batter ciglio i complimenti della vecchia signora e rispose cortesemente a tutte le domande, ma non poté distogliere lo sguardo dal viso aperto e sorridente del prete.

Per alcuni giorni Giuliano fu in preda a un grave travaglio: non riusciva a scacciare dalla mente l’immagine di quegli occhi e capelli neri – intuiva, benché non ne avesse mai fatto parola a nessuno, il carattere inusuale e certo peccaminoso dei pensieri e dei sentimenti che gli nascevano dentro – capiva che continuare a frequentare la chiesa, come aveva fatto fino allora, avrebbe comportato per lui gravi rischi e pericoli, ma al tempo stesso anche gioie e consolazioni: e si chiedeva perché avrebbe dovuto rinunciarvi. Continuò così, come aveva fatto in passato, a servire la messa del mattino, a passare pomeriggi gironzolando per la sagrestia e curiosando negli archivi dei battesimi e delle morti, cercandovi i nomi dei suoi parenti e antenati, a leggere i libroni di dogmatica e di morale, seduto all’ombra dei tigli che con le loro ampie chiome riparavano il piazzale della chiesa dal sole accecante dei pomeriggi estivi.

A poco a poco tra lui e don Filippo nacque una grande amicizia: pur avendo una decina d’anni in più del ragazzo, il prete ascoltava con attenzione i suoi quesiti – esposti con quel linguaggio forbito e quel tono un po’ petulante della voce, tipici degli adolescenti che leggono troppo – dal suo canto usava, nel rispondere, le parole semplici e chiare che gli erano abituali; discuteva con lui di problemi liturgici e morali ( su quando preferire i paramenti bianchi a quelli d’oro, per esempio, o sulla differenza che passa tra menzogna e restrizione mentale ) o su più spinose questioni di carattere dogmatico e trovava il giovinetto, nonostante l’età immatura e la sua preparazione da autodidatta, particolarmente acuto e incline alla speculazione.

Insieme andavano in giro per il bosco, cercando funghi e more, nominando ogni varietà d’alberi e di cespugli, fermandosi sui poggi più elevati, là dove improvvisamente la fitta vegetazione si diradava rivelando un paesaggio quanto mai vario e allettante: all’intrico di piante e arbusti, in tutte le tonalità di verde, entro il quale si erano aperti la strada fino ad ora, si alternavano rettangoli d’orto e piccole radure dove a volte qualche mucca riposava, accovacciata; in basso, verso la pianura, s’intravedevano le chiome argentate degli ulivi, le file regolari della vite e gli alberi da frutto; case di contadini sparse qua e là, un po’ a caso, come se un grosso bambino giocherellone ne avesse preso una manciata e le avesse gettate in mezzo al verde, così che alcune erano cadute vicine, quasi ammonticchiate in piccoli gruppi; altre s’erano cacciate tra gli alberi e non se ne vedeva che un angolo di tetto; altre ancora erano finite ai bordi del sentiero e, l’una di fronte all’altra, sembravano sorvegliarsi a vicenda.

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