Il 18 ottobre scorso è uscito per Quodlibet, collana Compagnia Extra, il romanzo Da quando sono nato, di Maurizio Salabelle. Maurizio, mio fratello, è morto nel 2003 a 43 anni per un tumore al cervello. Ha esordito come scrittore nel 1992 con Un assistente inaffidabile, cui è seguito nel 1994 Il mio unico amico, entrambi per Bollati Boringhieri. Negli anni successivi sono stati pubblicati Il maestro Atomi (da Comix, poi ripubblicato da Casagrande), Il caso del contabile (Garzanti) e L’altro inquilino (Casagrande). La famiglia che perse tempo (Quodlibet 2015) e quest’ultima uscita sono dunque postume e hanno visto la luce grazie all’impegno della moglie di Maurizio che conserva tutti i suoi manoscritti e all’interessamento di Ermanno Cavazzoni, che dirige Compagnia extra.

Maurizio Salabelle è uno scrittore di grande talento, riconosciuto e apprezzato da letterati e critici importanti: oltre a Cavazzoni, Giuseppe Pontiggia, che per primo lo scoprì e lo segnalò a Giulio Bollati; Dario Voltolini, Marco Belpoliti, Marino Magliani, Paolo Nori e altri ancora. Uno scrittore dalle caratteristiche molto particolari: le sue storie fantasiose e surreali sono al tempo stesso divertenti e inquietanti, il suo linguaggio personalissimo, ricco di termini insoliti e rari, è inconfondibile. Si percepisce, leggendo i suoi scritti, l’influenza di autori che ha molto amato: Kafka e Bruno Schulz, Robert Walser, ma anche gli autori francesi dell’Oulipo. Ci sono elementi comuni che si rincorrono in tutte le sue opere: gli ambienti di periferia, squallidi e polverosi, gli interni di case dalla mobilia anonima, le famiglie disfunzionali, i personaggi eccentrici  e impacciati. Il sudore che scorre a fiumi, i nomi improbabili. Quando leggo i suoi romanzi vedo in filigrana la nostra famiglia, nostro padre, nostra madre, le case e i quartieri cittadini in cui abbiamo abitato, la timidezza di alcuni di noi, le abitudini e le piccole manie di altri.

Da quando sono nato, come suggerisce il titolo, è la storia di un uomo dal giorno della sua nascita fino al momento in cui, un po’ come il gatto di Schrödinger, morirà o forse non morirà dopo aver ingerito la misteriosa “Medicina LXIV”. Patrizio Rhuggi, questo è il nome del protagonista, fin da bambino rivela attitudini e interessi inconsueti. Da una strabiliante capacità di misurare a occhio qualsiasi oggetto senza sbagliare di un millimetro, allo studio ossessivo delle persone e del loro comportamento, al tentativo di predire il loro futuro sulla base di calcoli probabilistici, fino a volerlo addirittura condizionare inserendo nella loro vita “molecole”, ovvero oggetti che, sempre in base a calcoli molto complicati, ritiene possano deviare il corso della vita dei soggetti interessati. Si capisce che, assorbito da simili imprese, non ha né il tempo né la possibilità di trovarsi un lavoro: di qui i pellegrinaggi da un parente all’altro in cerca di sovvenzioni e la partecipazione a diversi concorsi per ottenere finanziamenti per i suoi progetti. Da sottolineare l’infinita pazienza della fidanzata, poi moglie, Antonetta, che lo sostiene con grande lealtà in tutte le sue imprese.

Si ride molto: dei nomi stravaganti (la signora Ármadi, il dottor Avendo), delle situazioni esilaranti, delle cifre assurde snocciolate a ogni piè sospinto (328 le sigarette fumate ogni giorno da un certo D.F., 3,1 i semafori rossi incontrati lungo il percorso, 19 centimetri e 6 millimetri la lunghezza di un collant, 0,7 le persone in fila davanti al bagno). Si ride molto ma si prova anche una grande malinconia perché nella vita insensata di Patrizio Rhuggi si leggono molti dettagli della vita insensata di ciascuno di noi.

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