Secondo Freud il compito dei genitori è un “compito impossibile”, al pari del governare e dello psicoanalizzare.

L’affermazione reca con sé un punto di riflessione notevole: l’essere genitore non può essere considerato un mestiere esposto ad un modello ideale da seguire e ricalcare; il genitore perfetto non esiste.

Ciascun genitore è, infatti, chiamato ad educare il proprio figlio partendo dalla personale insufficienza esponendosi, così, al rischio dell’errore e del fallimento. Ne deriva che il genitore “migliore” o meglio, quello sufficiente è colui che non si presenta né offre al proprio figlio come esemplare ma come consapevole dell’impossibilità del compito/ruolo educativo che riveste: “sono il tuo genitore, consapevole della mia insufficienza e possibilità di incorrere in errore”.

L’ultima affermazione si presenta oggi più che mai come interessante e pertinente alla contemporaneità che attraversa noi tutti.

Qualsiasi cosa accada che concerne i nostri bambini/ragazzi o i ragazzi degli altri, ci porta a giustificare i nostri figli. Se mio figlio sbaglia (o il figlio dell’altro -vedi casi di cronaca), la prima affermazione che si tende a fare è “i miei figli sono di sani principi/ per fortuna i miei figli non farebbero mai una cosa del genere/ io ho educato i miei figli secondo.. facendo.. dicendo..”.

Giustifichiamo i figli per l’impossibilità di ammettere le nostre mancanze.

Un figlio è -prima di tutto- la rinuncia al nostro narcisismo.

La clinica psicoanalitica conferma quanto appena esposto; i genitori peggiori non sono quelli che mancano i loro compiti educativi, ma quelli che pensano in maniera presuntuosa di incarnare la Legge della parola. Si tratta di genitori che usano il loro sapere come fosse un potere (i genitori che si parlano addosso, quelli che per parlare dei figli parlano e passano sempre attraverso di sé).

Sono genitori che pretendono di spiegare il senso della vita perché fermamente convinti di essere proprietari della vita dei propri figli; coloro convinti di avere sempre il diritto all’ultima parola su ogni cosa.

Nella contemporaneità prevale la figura del genitore-figlio; quel genitore troppo simile e prossimo al proprio figlio. Si tratta di quel genitore che si assimila simmetricamente alla giovinezza del figlio abolendo la differenza simbolica (fondamentale) tra le generazioni lasciando posto alla confusione. Pensiamo a tal proposito ai genitori fruitori delle piattaforme online che litigano come bambini, inviano materiale hot senza filtro, creano identità online false, giocano all’adolescente di turno..

L’evaporazione della Legge della parola si presenta nelle nostre stanze d’analisi come genitori angosciati, figli smarriti, famiglie nel caos più totale e, nella nostra società si evidenzia come difficoltà nel garantire il rispetto delle istituzioni, eclissi totale del discorso educativo, incapacità nel costruire legami sociali, e così via.

Per lungo tempo si è considerata la crisi adolescenziale come una manifestazione psichica della tempesta puberale che si attestava con la trasformazione fisica di un corpo che passava dall’essere “corpo di bambino e bambina” a corpo di “uomo o donna”.

Tuttavia oggi il discorso diviene più complesso.

Pubertà e adolescenza sono distanziati sempre di più; abbiamo innanzi bambini e bambine di dieci anni che si comportano come veri adolescenti e dall’altro lato abbiamo adolescenti a lungo termine. Da una parte, quindi, abbiamo bambini che si trovano in largo anticipo sulla loro età mentale calati in un mondo fin troppo pieno di informazioni, sensazioni e opportunità che si vanno a sovrapporre agli adolescenti impantanati in questa forbice evolutiva che divine fanghiglia difficile da abbandonare; entrambi sono lasciati soli da adulti che non seguono questi eterni adolescenti nel loro percorso di formazione.

C’è una generazione -che oggi ama tanto parlare e giudicare- che ha completamente disertato il suo ruolo educativo (è qualcosa di cui va preso il prima possibile atto, che piaccia o no).

I nostri figli si trovano a vivere in un mondo dove la libertà è una libertà mutilata.

Sensazioni, opportunità, possibilità, stimolazioni illimitate inserite in ragazzi in cui le tappe di sviluppo (necessarie) si condensano, si saltano, comportando l’assenza del raggiungimento di necessari compiti di sviluppo, genitori regrediti o ancora impantanati nel loro narcisismo, sono tutte condizioni che meritano la nostra attenzione e molto probabilmente oggi qualcosa in più della semplice riflessione.

Per fare, però, c’è bisogno di ammettere le proprie mancanze.

Ammetto, personalmente, di essere mancante e insufficiente.

E tu?


Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità.

2 risposte a “Generazioni (con)fuse. By Giusy Di Maio”

  1. Yo también lo admito,,, giusy. Bravo! El artículo Lo traduciré y publicaré en español en masticadores.com

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    1. Grazie mille!☺️

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