Al Bar Novecento, il venticello dei primi giorni di giugno dava un ultimo ristoro ai clienti seduti ai tavolini del giardino. Al di là della siepe, la grande rotonda smistava le auto operaie e borghesi impazienti di rientrare dopo la giornata di lavoro, lunga per l’estate imminente. Ylenia, poggiata alla porta del locale, fumava una sigaretta. Ogni tanto dava un’occhiata al telefono. Il display si accendeva: nessuna notifica.

«Ylenia, stai ancora lì a fumare? Vieni a caricare il frigo!»

Tirò un’ultima boccata, come chi incamera ossigeno prima d’immergersi in acqua, spegnendo poi la cicca con ghirigori vani nel portacenere sul tavolino.

«Ecco, di là! Ci sono le casse d’acqua a sinistra e hanno appena finito di scaricare altre bottiglie sul retro. Con tutto il da fare che c’è, lei si mette a fumare!».

Si limitò a svolgere il compito rapidamente, come un automa. Non era arrabbiata, non era seccata. Era solo annoiata. Il sole di quei giorni, che allungava lento le ombre prima di sparire dietro i palazzi di fronte, faceva i pomeriggi tutti uguali; soliti i doveri, le voci, i gesti; soliti gli avventori.

Apparve Tano, come suo solito. La canottiera nera dai bordi rossi, sempre unta, scolorita, il marsupio alla vita; la barba già incolta, macchiata dell’età; il corpo bruciato, peloso. Prendendo posto al tavolino, gracchiò alla volta del bar: «Vanda, una birra! Ma Ylenia non c’è?».

«Ylenia, hai sentito? Lascia stare l’acqua, vieni qua!»

Ylenia posò l’ultima cassa d’acqua nel quadrante vuoto e completò la colonna. Raggiungendo l’uscita, incontrò il suo riflesso nello specchio della saletta interna: vi si affacciò. Sistemò i capelli, passò le dita sulle occhiaie leggere. Le piaceva guardarsi allo specchio. Richiuse i bottoncini della camicetta celeste: poi ci ripensò. Non aveva un seno grande, ma un corpo flessuoso, agile. Solo un po’ sgrossato dai muscoli: il lavoro.

«Ylenia, sbrigati!» – disse Tano lascivamente. «Sono stato tutto il giorno a spaccare l’asfalto con il martello pneumatico, sai? Madonna, quanto è duro! E dovresti vedere come lo spaccavo: giù e su, su e giù». Ylenia non ci badava: era abituata anche a questo. Era abituata a tutto. Quelle parole non la offendevano: non dimenticava mai chi aveva davanti. Poggiò la bottiglia sul tavolo, tirò via il tappo, consegnò lo scontrino.

«Che c’è? Sei arrabbiata? Non lavori mica solo tu? Fammi un sorriso, no?”. Ylenia guardò Tano in faccia: il suo ghigno sdentato, gli occhi arrossati dal sudore e dalla polvere. Dietro, qualcun altro la fissava: un altro cliente abituale, già seduto alla postazione solita, nell’angolo, in fondo.

«Che fai, chi c’è? Nando, stai sempre lì come una rana! Girati dall’altra parte, perdio!» – gracidò Tano. Nando girò la testa, guardò le piante. «Portami un po’ di patatine! Non quelle stantie di ieri! Di’ a quella taccagna di Vanda di non provarci!».

Ylenia partì. Dietro al bancone, la padrona era intenta a frugare in un cassetto sotto la cassa. «Tieni, prendi qua». Erano gli snack del giorno prima. Ylenia la fissò con compassione. Era avara, certe cose erano più forti di lei. «Beh? Che vuoi? Va’ da Tano, va’!».

In giardino, Tano l’aspettava con il telefonino in mano: lo teneva in modo goffo, come fosse la prima volta che ne usasse uno. Con voce da rana chiese:

«Ylenia, vieni, aiutami che questo coso non lo so usare. Mi è arrivato un messaggio, un SS. Ma non riesco mica a leggerlo, sai? è un’amica, devo rispondere. Capisci, no?».

Ylenia gli s’accostò, sporgendosi dalle sue spalle verso il telefono. Faticava a leggere l’italiano: acuì la vista, si fece assorta. Con la coda dell’occhio notò che Tano le sbirciava la scollatura e con la mano si strofinava. La pancia pelosa saltava fuori dalla canotta larga e corta, piena di unture e di macchie. Si drizzò. Gli prese il telefono, schiacciò qualche pulsante per tagliare corto. L’uomo la guardò andar via soddisfatto, come avesse raggiunto un suo intendimento. E pose mano alla birra ghiacciata.

Era di nuovo all’ingresso a rullare una sigaretta. Nando la fissava sempre. Poi si alzò, come per andarle incontro: il suo passo misurato, sempre uguale, seguiva tra i tavolini un tragitto angoloso. Era tutto nero, i capelli ricci a ciocche grigie legati dietro le spalle: dissimulava il suo imbarazzo con un’austerità innaturale. Era concentrato con tutte le sue forze nella corretta esecuzione di gesti semplici e usuali come spostarsi da un luogo all’altro e mantenersi in equilibrio senza inciampare alle sedie dei tavoli. Si sforzava di apparire a suo agio. E non ci riusciva. Era ridicolo. Il volto emaciato rivelava e confermava la sua spigolosità innata: una carnagione pallida si tendeva longitudinale soprattutto per un naso petroso, sporgente e affilato; gli occhi gonfi, azzurrini, distanti per lo strabismo, saltavano fuori da orbite troppo piccole. A qualche metro da Ylenia, sempre curiosa delle sue goffe passerelle, virò con forza di 90° alla sua sinistra, accedendo ai locali interni dalla porta secondaria. Temeva di passarle troppo vicino. Lei lo seguì con gli occhi. Leccò la cartina e chiuse la sigaretta. A Tano non sfuggì quel gesto. Strappata la carta in eccesso, diede fuoco allo spino. Nando sgattaiolò fuori dal bar con la birra in bottiglia, riprendendo il percorso puntuto fino al tavolino. Stappata la bottiglia, riempì il bicchiere. Le gambe accavallate, le braccia conserte, fingeva di guardare le piante. Attese che ci si dimenticasse di lui e tornò a fissare Ylenia.

Ylenia aspirava studiando il telefono. Si accesero i lampioni, alzò gli occhi: due ragazzini la osservavano. Erano abbronzati. Uno di loro scattò e si diede alla fuga, sparendo con la bici dietro i cespugli del giardinetto. L’altro, spiazzato, indeciso, rimase di sasso. Ylenia lo guardava, come per mettere alla prova la sua curiosità. L’imbarazzo esaltava i tratti infantili del ragazzo. Lei lo guardava e aspirava sensualmente la sigaretta: poi si abbottonò la camicetta. Vanda la chiamò e il giovane ne approfittò per darsi alla fuga.

«Sempre a fumare!»

«E lasciala fumare, Vanda! Stai sempre a lamentarti!» – cicalò qualcuno da dentro.

Lei spense la sigaretta coi soliti ricami e raggiunse la padrona.

«Certo che hai un bel coraggio a fumare, con tua madre in ospedale! E in quelle condizioni, poi! Ma non ti vergogni? Tra l’altro, quanto spendi per quella robaccia? Le acquistassi da me, almeno!». Ylenia prese a lucidare il bancone: finse di non sentirla. La lacca le restituiva di riflesso il suo volto deformato: era carina anche così. Anche così somigliava a sua madre. Era stata proprio così, da giovane: i riccioli legati e acconciati con le spillette; il collo sottile, il naso all’insù; le lentiggini, i grandi occhi castani; i denti bianchi, che il tabacco non intaccava.

Rimise a fuoco il bancone, sempre passandovi la pezza. La madre era invecchiata in poco tempo, era ormai irriconoscibile. Il cancro ai polmoni: di certo il fumo. Ylenia aveva solo lei: andava a trovarla ogni notte. Era stanca, ma voleva starle accanto sempre. Coprì il riflesso rimettendo al suo posto, sul bancone, la grossa tazza con le buste di zucchero.

«Domattina tocca a te; farai doppio turno». Ylenia fissò Vanda sorpresa, con fare interrogativo. «Sì, mattina e sera. Piero non c’è». Ylenia era seria, non smetteva di fissarla. «È inutile che fai quella faccia, sai come funziona qui al bar. Ma non preoccuparti: ho un regalino per te. Non si fa nulla per nulla». Era il saldo della giornata. Ylenia non batté ciglio: prese le banconote e le mise nella tasca del grembiule.

L’estate era al termine. Sulle giornate d’afa incombevano le prime nubi, le prime piogge. I giorni s’accorciavano, riprendeva il traffico dei giorni feriali: le colazioni, gli impiegati del pranzo, gli aperitivi degli studenti, le coppie a cena. Ylenia se ne stava lì a fumare, poggiata all’ingresso del bar. La madre era morta a metà agosto. Aveva smesso di soffrire. Si consolava così, celando più facilmente a sé stessa la sua terribile solitudine. Per il funerale aveva speso tutto quello che aveva. Non poteva fare altrimenti, non avrebbe fatto altrimenti. Non l’aveva aiutata nessuno, ma per fortuna il lavoro era ripreso bene. Diede un’ultima boccata e spense la sigaretta girandola nel portacenere: faceva il simbolo dell’infinito. Si affacciò allo specchio: il seno gli s’era gonfiato. Non era solo per il reggiseno nuovo, di sua madre. Pose mano ai bottoncini della camicetta: li richiuse.

Qualche giorno dopo, si fermò al bar una macchina nera: era lucida, di grossa cilindrata. Non era la prima volta. Era di un uomo curato e sempre elegante, sempre ben vestito, ben rasato, sempre con gli occhiali da sole. Ylenia lo riconobbe. L’uomo si guardò intorno: quando la vide, si abbottonò la giacca e mosse verso di lei. E lei ebbe un sussulto:

«La signorina Ylenia, vero?» – glielo chiese con discrezione, a voce bassa, quasi parlandole all’orecchio.

Ylenia annuì, un po’ in imbarazzo.

«Bene: sono Ivan, piacere». E dopo la mano, allungò alla giovane un biglietto da visita lucente. Il logo rosa ritraeva il profilo di due gattini stretti l’uno all’altra, inquadrati in un cuoricino. In alto, la scritta Blah Blah, i contatti: in caratteri di una certa finezza. A penna, un numero di telefono cellulare. Ylenia conosceva il locale: lo conoscevano tutti. Si guardò intorno intimorita, come temesse di essere vista.

«Diamoci del tu, Ylenia, ti va? Ho una proposta». Non abbandonò la sua espressione di timore. «Non ti preoccupare, non si tratta di… insomma, il nostro è un locale serio. La nostra è arte. Noi siamo degli impresari. Cerchiamo ragazze come te. Non hai nulla da temere. Vedrai, ti troverai bene».

«Ylenia, torna qui!», urlò Vanda più forte del solito. Ylenia si girò. Guardò Tano, chino sul telefono: si toccava. Guardò Fernando: era lì che la fissava. Guardò Vanda, che la riguardava a sua volta, insospettita da quell’uomo.

«Beh? Hai perso la parola?”, disse l’uomo.

Ylenia gli sorrise. Alzò il dito, bussò davanti alla sua bocca chiusa. Sorrise di nuovo.

«Oh… perdonami» – disse il giovane – «non immaginavo, non sapevo». Ylenia si sentì lusingata. Tornò al biglietto da visita: lo chiuse tra le mani. Levò la testa: annuì. Liberò il grembiule, se lo tolse e lo lasciò sul tavolo. Indicò la macchina, facendo capire all’uomo di essere pronta. «Vuoi andare già adesso?». Ylenia alzò le spalle. «Ma certo, perché no? Andiamo». Vanda la vide avanzare verso la pista ciclabile, verso la macchina. La richiamò invano. L’uomo aprì la portiera. Prima che l’auto partisse, Ylenia scorse tra i cespugli un ragazzo in bicicletta: la guardava andar via.


[ BlogLink : Slow Reading ]

[ Social Link : Facebook / X ]

Una risposta a “Al bar Novecento By Altiero Righetti”

  1. Che ganzo questo racconto, come ho già detto questo stile mi piace tanto tanto, è uno scorrere veloce che ti fa vedere le immagini. Naturalmente io mi sono immedesimata in Ylenia, ehh quante volte ho fissato i ragazzini che mi fissavano :)))

    Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a mariannapuntog Cancella risposta

arcipelago di cultura

Scopri di più da MasticadoresItalia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere