Giovanni Cocco è uno scrittore versatile. Ha pubblicato due romanzi ambiziosi, La caduta e La promessa, entrambi con Nutrimenti, molto apprezzati dalla critica, e una serie di gialli di successo in collaborazione con Amneris Magella; da poche settimane è uscito, con Editoriale Scientifica, Una grazia sconosciuta, indagine sulla vita del regista Jean Vigo. Vigo, la cui parabola esistenziale e artistica si è consumata in una manciata di anni (nato nel 1905, il regista è morto nel 1934), nonostante la sua produzione si limiti a due cortometraggi, un medioetraggio e un solo lungometraggio, è considerato un maestro del cinema novecentesco ed è oggetto di culto ancora oggi. Giovanni Cocco ne è rimasto affascinato fin dai tempi dell’università, e sebbene la spinta iniziale gliel’abbia data il desiderio di far colpo su una ragazza, è rimasto talmente colpito dalla vicenda personale e dalla genialità del cineasta da trasformare quell’interesse giovanile in una vera e propria ossessione. Di tutto questo ci informa l’autore stesso, che intreccia la ricostruzione della tormentata biografia di Vigo con la propria esperienza personale, riferita in particolare agli anni in cui svolge la sua ricerca, barcamenandosi tra la lettura di una gran quantità di testi sul regista francese, il suo lavoro di insegnante e il relativo concorso da superare, gli altri libri cui lavora, i viaggi a Nizza e Parigi sulle tracce del suo eroe e la famiglia, composta dalla compagna Costanza e da due bambini.
I due piani della narrazione, il presente, con i mille impegni e preoccupazioni che accompagnano l’autore nel suo lavoro, e il passato, nel quale si viene ricostruendo un pezzo alla volta la breve vita di Jean Vigo, stanno tra loro in perfetto equilibrio e si alimentano a vicenda rendendo appassionante il racconto.
E ne viene fuori il ritratto di un artista geniale, un ragazzo sfortunato, segnato dalla morte precoce del padre, dall’abbandono da parte della madre, dagli anni trascorsi in collegio e dalla malattia che non gli dà tregua e che lo porta a una morte precoce, a soli 29 anni. Ma non è infelice la vita di Vigo, perché lo sorreggono due cose fondamentali: l’amore di Lydou, la moglie amatissima, e la passione per il suo lavoro, che gli permette di trascendere le sue condizioni di salute sempre più gravi pur di portare a termine i suoi progetti. Visionario, anarchico, fuori dai canoni, Vigo realizza le sue poche opere con la frenesia di chi sa di non avere molti anni davanti a sé: se già i due cortometraggi rivelano l’originalità dell’artista, sono Zero de conduite e L’Atalante che lo rendono immortale. Giovanni Cocco non si dilunga più di tanto nell’analisi delle opere del maestro, consapevole del fatto che su di esse sono state scritte tonnellate di pagine, preferisce seguire la biografia dell’uomo, colmarne i vuoti, immaginarne i sentimenti e gli stati d’animo e trarre dalla sua breve vicenda un prezioso insegnamento: amare la vita in ogni istante, nel bene e nel male, avendo il coraggio di seguire il proprio istinto e la propria vocazione.





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