Sono almeno due settimane che ho finito la lettura de La città e le sue mura incerte, l’ultimo romanzo di Murakami Haruki, e vorrei scriverne qualcosa, perché come tutti i libri che ho letto di questo autore ha lasciato in me un’impressione profonda, e il motivo per cui ho aspettato finora è che avevo bisogno che le sensazioni che ho provato e le riflessioni che ne sono scaturite sedimentassero un po’. In realtà il tempo trascorso non mi ha aiutata molto a vederci più chiaro, quindi proverò a dire quello di cui sono capace.
Ho iniziato a leggere Murakami all’incirca una ventina di anni fa, e devo confessare che i primi due libri che ho letto, Norwegian wood e Dance dance dance, non mi hanno coinvolto più di tanto. So che per alcuni sono invece i suoi romanzi migliori. Due romanzi che avevo trovato piacevoli, malinconici, storie tipicamente giapponesi, di giovani silenziosi e riflessivi, protagonisti di amori sfortunati. Allora insegnavo, e avevo proposto queste opere ai miei alunni, ma nemmeno loro ne erano stati entusiasti: devo dire però che i miei studenti del tecnico, al 99% di genere maschile, non apprezzavano quasi nessuna delle letture che faticosamente tentavo di propinargli.
La svolta, per me, c’è stata con 1Q84. Mi sono lasciata trascinare dalle storie parallele (ma destinate a incontrarsi, diversamente dalle rette) di Aomame e Tengo, la bella giustiziera che vendica le donne vittime di violenza col suo affilato rompighiaccio e il giovane ghost writer che riscrive e porta al successo il romanzo La crisalide d’aria, opera di una diciassettenne geniale ma dislessica. In particolare mi aveva affascinato il romanzo nel romanzo, e la fantastica invenzione dei “little peoples”, le minuscole creature che tessono la crisalide d’aria.
1Q84 è un romanzo molto discusso. C’è chi lo considera un capolavoro, chi dice che è un libro astuto, costruito per diventare un best seller, chi rimpiange il Murakami degli esordi, ritenendolo più puro e sincero. A me è piaciuto moltissimo, e mi sono piaciuti anche gli altri libri che ho letto, L’uccello che girava le viti del mondo, Kafka sulla spiaggia, L’assassinio del commendatore e quest’ultimo, La città e le sue mura incerte.
Murakami è lento. È talmente minuzioso che si preoccupa di descrivere ogni piatto che i suoi personaggi, generalmente giovani maschi single, si preparano per i loro pasti solitari e frugali, oltre a informarci del fatto che si sono strofinati a dovere dietro le orecchie mentre facevano la doccia. Ha l’irritante abitudine di inserire nei suoi romanzi piccoli esseri dalle sembianze umane, alti non più di sessanta centimetri, uomini grandi e grossi che si intrattengono in lunghe conversazioni con delle pietre, giovanotti che si fanno rinchiudere in pozzi sotterranei per riflettere meglio sulla vita, bizzarri personaggi che escono dai quadri e si mettono a chiacchierare a ruota libera coll’esterrefatto protagonista del romanzo di turno. C’è chi parla di realismo magico, ma a me non sembra, per quel poco che conosco di realismo magico. A me sembra uno strano ma efficace impasto di vita quotidiana ed elementi fantastici, che interagiscono in modo apparentemente molto naturale.
Anche La città e le sue mura incerte ha le caratteristiche di un romanzo realistico e fantastico al tempo stesso, con un’accentuazione, in questo caso, dell’elemento fantastico. Il narratore e protagonista, del quale non conosciamo il nome, è inizialmente un adolescente, un diciassettenne innamoratissimo di una ragazza di un anno più giovane di lui. Tra loro c’è un rapporto poco più che platonico, una confidenza e un’intimità spirituale molto forti. Insieme inventano una città fantastica, circondata da mura, dove scorre un fiume dalle acque limpide e dove pascolano unicorni dal manto dorato. Un giorno la ragazza scompare: inutilmente il giovane la cerca, sembra essersi dissolta nel nulla. Forse quella che il giovane ha conosciuto era solo un’ombra, forse la vera “lei” vive nella città murata: il protagonista non si rassegna alla sua perdita e vive per lunghi anni nella mancanza, fino a che non si ritrova, nemmeno lui sa dire come, nella fantastica città: e qui incontra lei, che però non ha nessun ricordo di lui, e ha ancora sedici anni, mentre lui intanto è diventato adulto.
Nella città murata la vita è diversa che da noi: innanzitutto le persone che ci vivono non hanno l’ombra, e infatti anche il protagonista deve rinunciare alla sua. Inoltre il tempo non esiste, le giornate sono uguali, le persone vivono in modo frugale e svolgono semplici attività. L’uomo diventa “lettore di sogni” nella biblioteca della città, la cui custode è la ragazza, ed è appagato per il fatto di poterle stare accanto, di bere le tisane che lei gli prepara, di accompagnarla a casa ogni sera. Ma è felice?
E si è felici nella città dalle mura incerte, vivendo di poco, trascorrendo giorni identici uno all’altro, passeggiando sulle rive del fiume? È questa la vera essenza della vita, lo scopo per cui siamo venuti al mondo, vivere senza ombra e senza futuro, eternamente uguali a se stessi, in un mondo chiuso, murato, dove gli unici animali sono gli unicorni e i rari uccelli che passano stridendo sopra la città?
Nel romanzo, difficile da riassumere, il protagonista va e viene dalla città al mondo reale e dal mondo reale alla città. Qual è la sua vera vita? Qual è il vero lui vera e qual è l’ombra? Che senso ha investire tutto il proprio essere nell’amore per una persona, anche se questo amore è destinato a rimanere in una sorta di limbo e a non concretizzarsi mai? Sono queste le domande che la lettura del libro mi ha suscitato, e finora non ho trovato una risposta. Forse proprio per questo amo Murakami, per le sue storie sospese tra realtà e sogno, per i suoi personaggi enigmatici, per le sue straordinarie invenzioni che ci fanno fare un oh di meraviglia ma che altro non sono se non mezzi per interrogarci sul significato della nostra esistenza.





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