Passiamo loro di fianco, spesso senza accorgerci della loro presenza. Sono luoghi negletti in una cittadina sonnecchiante. Stanno lì sul ciglio della strada o poco distante, in disparte. Oppure si trovano in un bosco, depredate, sventrate, invase da serpi, da rovi e da ortiche. Oppure su un litorale marino, di fianco ad altre abitazioni, altre residenze affollate da turisti. Case abbandonate, disabitate.
Perché fermare lo sguardo su di loro? Perché prestare attenzione a ciò che si crede debba essere sottratto alla vista, o al più presto restaurato di modo che non sia più abbandonato, perda la sua natura e si mimetizzi con le altre villette ordinate? Forse per chiedersi come mai nessuno le abbia già puntellate, abbia già costruito intorno a loro un ponteggio protettivo? O forse per capire perché siano in tale stato? Chi lo sa?, il proprietario della casa può essere morto, oppure chi l’ha ricevuta in eredità può non essere stato interessato e l’ha dimenticata, oppure è stata messa in vendita e, nonostante qualche visita all’inizio, poco alla volta nessuno se ne è più curato. Oppure magari è il paesaggio intorno ad essere mutato tanto da renderla indesiderabile, la causa della sua trascuratezza è da ricercare non tanto in essa quanto in ciò che la circonda: magari è stata costruita una strada vicino, o un tratto di ferrovia, che ne ha fatto immediatamente perdere il valore precedente. Se solo un momento pensiamo alle case abbandonate, infinite congetture ideiamo sul loro destino, sulle motivazioni che fanno sì che stiano lì come carcasse, che abbiamo perso la loro funzione.
Ci diciamo: «Che peccato! Come è possibile che nessuno si preoccupi di loro, di restaurarle o demolirle del tutto? Perché lasciarle così, in stato di abbandono, cadenti a pezzi?».
Probabile che pochi le abbiano trovate poetiche ed evocative, probabile che nessun verso sia stato speso per loro, possibile che nessun pensatore si sia soffermato a trarne lezioni di vita, che nessun moralista le abbia considerate esempio, o monito. Non è tuttavia per semplice curiosità o peggio per ricerca di originalità superficiale che voglio portare l’attenzione su di loro, ma per il significato che il loro abbandono assume se si sa guardare sotto la scorza dell’utilità.
Ecco perché per me è bello individuarle e studiare la loro lenta metamorfosi, registrare le variazioni che il tempo fa loro subire. Del resto, l’elenco delle case abbandonate che lambisce il mio vissuto sarà sempre precario, una duplice minaccia, infatti, incombe su di loro: il crollo da un lato, dall’altro il restauro. Il crollo comporterebbe la perdita di forma, la riduzione a materiale eterogeneo di costruzione; certo, la forma permarrebbe nel ricordo di chi le ha viste o fotografate o vissute, ma per un osservatore esterno, che non ne conosce la storia, rimarrebbe solo un cumulo informe di macerie. Il restauro, parimenti, mutandone la forma, ne farebbe un’altra casa.
Le case abbandonate sono pertanto resti di ciò che in passato era una casa abitata e viva. Resti, a prima vista, privi di interesse.
I resti antichi (ad esempio, i templi greci, le cattedrali medioevali scoperchiate) se ben ci pensiamo, sono anch’essi abbandonati all’azione corrosiva del tempo, ma in virtù del significato che avevano durante la loro epoca e di quello che assumono oggi, facilmente suscitano pensieri, sentimenti evocativi, di venerazione per la grandezza passata, per la maestà delle civiltà che ci testimoniano. La stessa cosa succede per le civili abitazioni delle città antiche (si pensi ad esempio a Cartagine). Se appuntiamo la nostra attenzione sul fatto che di tutte quelle civiltà antiche, per quanto concerne la vista, è rimasto solo ciò che vediamo – una navata senza tetto né finestre o delle file di colonne o il perimetro dei muri delle abitazioni – un certo sgomento ci viene, ma è subito placato da tutto ciò che sappiamo – e di scorta immaginiamo – e ciò va a lenire la consapevolezza improvvisa di caducità che un relitto d’istinto, comunque, evoca.
Il resto antico perciò ha significato come testimonianza: è il testimone nel nostro tempo di un’altra epoca a cui guardiamo con rispetto. Ma che dire di fronte ad un resto così recente, così fresco, come la casa abbandonata? Non può certo testimoniare fasti del passato, può forse indurre a nostalgia o stupore o rammarico, ma non sembra avere altro da comunicare, soprattutto nulla di rilevante a livello concettuale. E, invece, per chi sa riflettere per contrasto, la casa abbandonata dice qualcosa di essenziale. Noi, al riparo nella nostra dimora, abbiamo bisogno della loro visione per comprendere qualche cosa in più sul concetto di spaesamento come necessario e costitutivo movimento.
Si è parlato fino a qui di forma della casa. La casa abbandonata sembra conservare parte della forma di prima dell’abbandono, tuttavia si tratta di una forma alterata da qualcos’altro. E’ importante comprendere che ne è di quest’altro.
L’abbandono della casa comporta l’improvvisa manifestazione del suo essere materiale. L’essere materiale è paragonabile al corpo ridotto ad oggetto, al corpo morto, sottostante alle leggi necessarie della fisica. Di contro, l’anima viva della casa è l’abitare. Il latino habitare deriva da avere e significa etimologicamente continuare ad avere; l’abitudine è un possesso continuato di un modo d’essere, ad esempio. La casa in cui abitiamo dunque è viva proprio perché in nostro possesso e perciò sempre oggetto nel tempo della nostra attenzione ed azione. La nostra azione trascendente resta impressa su di essa e sugli oggetti che la compongono e ciò è reso sensibile da molteplici fattori: ad esempio, dallo stile di arredamento, o dal tipo di oggetti che vanno a popolarla, e in generale dal continuo lavorìo di aggiornamento di tutto ciò che la compone. Abitare è sempre avere cura del luogo in cui si abita, oppure nei casi di trascuratezza, un modo difettivo dell’aver cura. In ogni casa abitata c’è da pulire, togliere la polvere, tinteggiare, portare via la spazzatura, fare spazio a un nuovo acquisto, fare le modifiche del caso, ricavare una nuova stanza, buttare giù una parete per unire due zone distinte, ecc. La casa abitata è sempre in divenire, un divenire sorvegliato dall’abitudine dell’abitare e dal suo prendere cura nel tempo del territorio in cui staziona.
Come si compone questo divenire? Esso è una sintesi tra la cura e l’abbandono.
Il continuare ad avere, l’abitudine, l’abitare, è ciò che crea l’identità sempre precaria della casa. Creando identità, separa la casa da ciò che essa non è. A questo punto, la casa è anche il riparo, il luogo d’ombra, il rifugio dall’esterno, stabilisce un confine tra dentro e fuori, tra mondo esterno e interno. Può essere paragonata ad un soggetto per questo suo stare in sé. Ecco perché le case viste dall’esterno, da un fuggiasco, da uno straniero, da un amante in attesa, specialmente di notte, vengono spesso raffigurate con la metafora del viso: la loro porte diventano bocche serrate, le finestre sono occhi ora spalancati ora chiusi. La casa è un soggetto separato dal fuori e l’estraneità di chi non riesce a penetrarvi è la condizione privilegiata per renderne conto. In negativo, al buio, la luce che fuoriesce dalla casa significa la sua compatta minacciosa identità, gli occhi della casa illuminano l’esterno solo per mostrare a chi è fuori la sua esclusione, per fargli sbirciare, al freddo, il calore del dentro. Parimenti l’esterno è sempre un possibile pericolo, è una minaccia per l’identità della casa: gli spifferi del “fuori” raggelano il tepore del focolare.
A prima vista la casa è dunque equiparabile ad un soggetto, ad una persona, ad un viso che si distingue dall’altro, dagli altri e dal mondo; di primo acchito una barriera invalicabile distingue dentro e fuori. Tuttavia, questa separazione è sempre precaria. Infatti, la casa non è affatto semplice identità, ma una specie di mediazione continua tra passività e attività dell’abitare, il risultato sintetico di un movimento incessante, una sintesi che non è mai definitiva, né compiuta. La forma casa, la sua “essenza”, è dunque identitaria solo se si tiene conto che è sempre altro da sé; infatti, l’abitare, il possesso continuato, è anche e sempre convivenza con l’inerzia, con lo spossessamento, con tutto ciò che compone l’essere materiale. Quando la casa diventa, per un motivo o per l’altro, disabitata, l’essere materiale torna in scena ed esplica la propria potenza. La casa c’è ancora, la sua forma originaria anche, ma la trascendenza dell’abitare, la sua sintesi, non c’è più. Poco alla volta l’intonaco si sfalda, le infiltrazioni, che forse già prima c’erano, si allargano a dismisura, il colore sbiadisce, le tegole cominciano a rompersi, a spostarsi, a mancare, le grondaie a perdere acqua, il cancello ad arrugginirsi, poco alla volta l’erba infesta tutto, cresce tra le faglie sempre più numerose del cemento, prolifera nei posti più impensabili, ecc. Si dice di solito, con un certo compiacimento in malafede, che la natura si riappropria dello spazio che le fu sottratto.
Cosa significa tutto ciò? Perché deve interessare questo processo di deterioramento, quest’azione del tempo sulla carcassa della casa, che potremmo paragonare alla putrefazione?
Ciò che è importante da comprendere è che l’anima materiale della casa è già presente nell’abitare. L’abitare, lo si è visto, è la lunga fatica per trovare un equilibrio sempre instabile tra cura e incuria. L’instabilità non è affatto estrinseca anche se vorremmo che fosse così, ma intrinseca: ogni abitazione è riparo da un pericolo che permane all’interno nonostante si desideri e ci si convinca che sia all’esterno, un pericolo materiale che si associa alla presenza dell’altro nello stesso. Ciò spiega il trucco, semplice ma sempre ad effetto, dei film thriller: per quanto la vittima abbia sprangato porte e finestre, in tutta furia, per quanto abbia fatto di tutto per rifugiarsi nel luogo più sicuro, il carnefice, l’assassino è già sempre in casa, lì ad un passo, presto la sorprenderà alle spalle.
Ogni casa abitata nasconde la polvere, ma la polvere c’è, uno strato prima invisibile e poi inopinatamente diffuso ovunque, si libera dei rifiuti, degli scarti, ma i rifiuti sono costantemente prodotti e possono invadere lo spazio, scaccia la gramigna, usa diserbanti, ma dopo poco l’erba ricresce in altri posti, vernicia l’esterno di un bel colore brillante, ma bastano spesso pochi mesi perché quel colore sbiadisca.
L’abitare è un’azione prolungata che ha come fine l’identità e che custodisce in sé come un segreto il proprio contrario: l’azione inversa della disgregazione. Nello stesso movimento della costruzione dell’abitudine s’annidano la trascendenza che pone l’identità del sé (cura), la forma conquistata, e l’immanenza dell’inerzia che tende a stabilire solo legami di pura esteriorità, che come un altro abita il sé, che mostra al dentro la sua fragilità (il dentro ha molteplici fessure che lasciano penetrare il fuori) e la sua esposizione a ciò che esclude. Il movimento che pone la relazione e pertanto l’interiorità del sé – che ci fa pensare alla casa come ad una coscienza, un soggetto, che ce la fa immaginare come sempre identica a sé nel tempo e nello spazio e ci fa considerare le variazioni o ristrutturazioni (non importa se minime o di grande portata) come non essenziali rispetto ad un nocciolo duro che sarebbe la “casa in sé” – non può liberarsi dall’opposto.
Estendendo il discorso alla realtà umana, di cui la casa in fondo è emanazione particolare, possiamo affermare, in conclusione, che nell’interiorità del sé l’esterno, l’altro escluso dal sé, assumendo differenti modalità, ma spesso le forme più basse, più primitive, animali, in una parola materiali, agisce – come una talpa che scava cunicoli o come una moltitudine di tarme che rosicchia il legno – minando la stabilità dell’insieme: ciò è comprensibile solo se s’intende l’identità come esito di una sintesi, la forma come non data fin da principio, ma come formantesi dopo un lavoro di mediazione tra cura e incuria; se si sposa invece la tendenza opposta e comune di intendere l’identità come data e la forma come ciò che viene prima, allora non si riesce più a comprendere come nello stesso possa abitare l’altro e come l’abitudine sia l’affermazione del sé attraverso l’accoglimento all’interno dell’esterno escluso, allora non si riesce più a penetrare il mistero che le case abbandonate con la loro presenza, all’apparenza così disarmata da essere un’assenza, rivelano.

[ Articolo pubblicato su Filosofia e nuovi sentieri ]
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[ Immagine in evidenza : © Marcelo del Pozo, Spain, Shortlist, Arts & Culture, Professional, 2014 Sony World Photography Awards ]





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