Tu madre cui somiglio,
non nel volto ma nell’animo mite
e nello sguardo fiero,
tu luna della mia infanzia
e delle mie malinconie
quando chinavi gli occhi sulle mie labbra
chiuse dalla voglia ostinata
di non credere all’amore
d’invocare giustizia per gli abbandonati,
ora dico il tuo nome, ora ti chiamo
madre di pietà, ora che la morte
vaga nel buio come fossimo in guerra.
Posso scriverti, madre, di una guerra
senza fondali da teatro senza colpi di scena
senza deliranti discorsi sulla patria
senza immagini che destano pietà
senza sangue che imbeve la terra.
Col disonore, madre, con la fame cieca
che colpisce i vagabondi, i miseri
e gli operai dismessi e i figli di operai
come da sempre soldati da macello.
E questa non è guerra?
Guerra che macera l’onore,
che ad uno ad uno colpisce le sue vittime
sotto gli sguardi della gente.
E poi scende il silenzio.
E poi un altro muore cadendo disperato
entro pozzi avvelenati per paura
d’essere dismesso (orribile
parola simile a carneficina)
Madre, le leggi, quelle leggi
che mi hai insegnato a rispettare
dicono che l’uomo ha diritto al lavoro.
Ma quali leggi impongono
il dovere di creare lavoro?
Non so renderti omaggio
non so scrivere
una lettera che ti dica quanto t’amo.
Mi manca la sintassi dell’amare.
[ SiteLink : Il disinganno prima dell’illusione ]
[ Immagine in evidenza : Foto di Dorothea Lange ]





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