Viviamo in un’epoca buia, opaca, avvolta da un’intensa nebbia fumosa fatta di polveri di guerra, terra e morte. E forse per la prima volta dopo decenni stiamo assistendo inermi al terrore umano di un popolo, quello di Palestina, costretto a subire la violenza e la crudeltà di una guerra assurda.
Un vero e proprio massacro quotidiano, un genocidio inumano di civili, di bambini, di donne, di anziani e malati, di persone ormai affamate, straziate e devastate nel profondo.
La guerra è già di per sé qualcosa di assurdo, di inutile, di inumano, ma quello che sta accadendo in questi ultimi due anni ha a che fare con qualcosa di più pericoloso a livello umano, psicologico e sociale, qualcosa che l’umanità ha già vissuto in un passato anche abbastanza recente a livello storico.
Quello di cui vi voglio parlare è un fenomeno conosciuto e studiato dalla Psicologia e dalla Sociologia a partire dal secondo dopoguerra. Stiamo parlando di quel fenomeno o di quei fenomeni psicologici individuali e di gruppo, che in qualche modo rendono possibile ciò che sta accadendo, senza apparentemente una reazione globale forte, repentina e potente dell’opinione pubblica e degli Stati: di rifiuto, accusa, disgusto per ciò che sta avvenendo in Palestina.

La reazione Umana più logica a quelle immagini di distruzione, violenza e crudeltà dovrebbe toccare l’empatia di ognuno di noi e generare proteste più ampie e forti.
Perché questo non accade? O accade solo in una parte dell’opinione pubblica?
Ovviamente c’è una buona dose di informazione o meglio disinformazione mirata a descrivere i fatti in maniera distorta. Poi ci sono le parole dei vari attori della guerra a portare avanti la propria visione ideologica. Tutto ciò ha la possibilità di “incistarsi” nelle menti delle persone attraverso quel processo di cui vi voglio parlare: la Deumanizzazione.
Nella storia dell’uomo “deumanizzare” l’altro serve a pensarlo come qualcosa di incompleto, un essere umano “fatto male”, un animale, un oggetto. Ciò essenzialmente serve a considerarlo come “diverso” da me e questo è un prerequisito essenziale e primario per degradarlo e distorcere la sua immagine; renderlo dissimile.
La degradazione, la deumanizzazione è “il percorso obbligato per varcare la soglia che porta al massacro e allo sterminio di massa” (De Luna 2006, p. 194), ciò legittima le torture, le violenze e gli omicidi verso le persone e i gruppi.
Secondo Hilberg, la deumanizzazione precede l’attuazione di uno sterminio o almeno ne rende possibile e attuabile l’idea, il progetto e la riuscita.
Secondo Herbert Kelman (1973) la deumanizzazione è uno dei tre processi necessari per l’attuazione di atrocità sociali, gli altri due sono: l’autorizzazione della violenza da parte di autorità legittime e la routinizzazione nell’esecuzione dei compiti (diffusione delle responsabilità).

Albert Bandura (1996 , 1999), sulla base delle intuizioni di Kelman e ricollegandosi ai suoi studi sull’aggressività e sulle condotte aggressive formula la teoria de disimpegno morale.
Secondo la teoria di Bandura nel corso dello sviluppo morale gli individui interiorizzano delle regole etiche socialmente e culturalmente definite, che servono come linee guida del comportamento personale.
Quando le persone, per motivi diversi, contraddicono queste regole etiche e morali, innescano quattro forme di disimpegno morale:
- la prima forma riguarda delle ristrutturazioni cognitive che ridefiniscono i comportamenti negativi giustificandoli sul piano morale (“questa è una guerra giusta, e i civili uccisi sono solo un danno collaterale necessario..”) o compiendo dei confronti vantaggiosi insensati (“i loro sono atti di terrorismo, non i nostri.. sono molto peggio di noi”);
- la seconda forma di disimpegno morale riguarda la minimizzazione del ruolo di chi agisce (ad esempio i militari), attribuendo il peso delle azioni compiute all’autorità o diluendo la responsabilità attraverso il concorso di più persone (“..abbiamo obbedito agli ordini..” , “..tutti l’hanno fatto.., era necessario”);
- la terza forma invece indebolisce “il controllo morale distorcendo o minimizzando le conseguenze degli atti compiuti” ( “..in quell’ospedale c’erano dei pericolosi terroristi..”, “..durante la distribuzione dei viveri, siamo stati assaliti, c’erano delle frange di terroristi armati nella folla..”, “..non ci risultano tutte le vittime tra i civili e bambini come rilanciato dalla propaganda dei terroristi..”);
- l’ultima forma riguarda le vittime che vengono incolpate di quello che stanno subendo (“loro utilizzano bambini come scudi umani..”) e vengono continuamente deumanizzate (“sono delle bestie.. sono manovrati dal diavolo..”) (Bandura et al. 2001)
Il disimpegno morale, secondo Bandura, ha quindi il ruolo di facilitare tutte quelle azioni moralmente deprecabili come: omicidi, condotte antisociali, violenze, razzismo, terrorismo, operazioni militari e guerre.
La deumanizzazione costituisce per Bandura un vero è proprio processo di disinnesco delle sanzioni morali che renderebbero molto difficile per chiunque far del mare o procurare dolore ad un’altra persona.
Il fatto stesso di percepire l’altro come un essere umano, simile a me, attiva tutta una serie di reazioni empatiche che mi farebbe provare sensi di colpa e angoscia, se solo provassi a fargli del male.
Nel momento stesso in cui attribuisco a quelle determinate persone, dei tratti “inumani” tutti i sentimenti di legati all’empatia, vengono destituiti e al loro posto subentra l’odio, la rabbia o l’indifferenza verso quelle persone, che improvvisamente diventeranno “oggetti inumani”, degenerati, cattivi, dei “demoni” da eliminare.
Il sintomo estremo di questo processo arriva a ripudiare l’umanità dell’altro, della sua dignità, del suo diritto alla vita, alla compassione, al dolore.
“L’esclusione morale ha il potere di rendere normale, invisibile, accettato l’ingiusto” (C. Volpato, 2011).
Zimbardo ha dimostrato che questo tipo di fenomeno possono nascere in contesti ambientali/sociali specifici e incoraggiano gli attori sociali a mettere in atto comportamenti che altrimenti sarebbero vietati, aspramente giudicati e moralmente visti con disprezzo.
In “L‘Effetto Lucifero” (2007) definisce la deumanizzazione come “uno dei processi centrali nella trasformazione di persone normali, comuni, in perpetratori di male indifferenti o persino gratuiti”

Inoltre questo processo di deumanizzazione prelude ad un processo irrefrenabile di delegittimazione di quel determinato gruppo sociale, che viene pian piano ri-considerato come un gruppo non-civile. Tutto questo condito da un’antecedente emotivo negativo di disprezzo e violenza.
Come è intuibile questo fenomeno riguarda tutti, non solo i carnefici, responsabili delle violenze. Il disimpegno morale, come scritto in precedenza, giustifica le violenze perpetrate e rende tollerabile la visione di quelle immagini di un popolo devastato, di bambini uccisi e affamati.
Il racconto che è stato fatto all’inizio della guerra. Il come è stato fatto, e le omissioni di fatti e di storie. Le notizie diffuse e la descrizione degli “attori” coinvolti nelle prime fasi, ha offerto le premesse necessarie al processo di deumanizzazione del popolo di Palestina; deumanizzazione da diffondere anche all’opinione pubblica di chi apparentemente non è coinvolto, perché non abita quelle terre.
Ma quel processo di deumanizzazione, in realtà, è iniziato molto molto prima. Un processo necessario per “deviare” il pensiero cosciente e sopprimere la coscienza morale della gente.
Il nostro dovere morale è informarci e approfondire le informazioni. Guardare oltre, guardare con coscienza, senza abbandonare mai ciò che ci rende umani. Non si può assistere ad un genocidio facendo finta che non stia accadendo nulla. Raccontandoci che in fondo sia tutto normale. La negazione e il disimpegno morale sono meccanismi di difesa a tempo, prima o poi torna tutto a galla e faremo i conti con la nostra coscienza.





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