Di Yuleisy Cruz Lezcano


L’arresto di Nicolás Maduro, anche se al momento circondato da dubbi e sospetti su veridicità e contesto, rappresenta molto più di un episodio locale: è un evento che si riflette direttamente sulle dinamiche globali del potere e sulla sua apparente ridistribuzione. In un mondo già segnato da tensioni tra grandi potenze, l’azione americana in Venezuela appare come una mossa strategica che ridisegna confini politici, economici e simbolici. Da un punto di vista geopolitico, l’emisfero occidentale torna al centro di una logica espansiva americana: gli Stati Uniti affermano, senza intermediari e senza filtri diplomatici, che l’America Latina è una zona di pertinenza diretta. L’operazione contro Maduro non è solo un’azione contro un capo di Stato, ma un messaggio globale: dove gli interessi strategici ed economici americani lo richiedono, le regole internazionali diventano strumenti flessibili, e la forza sostituisce il consenso.

Le ricchezze del Venezuela — petrolio, gas, minerali e posizioni geostrategiche — diventano così un obiettivo concreto, mentre la retorica legata al narcotraffico e alla sicurezza internazionale serve da cornice morale a un gesto eminentemente politico. Questo crea uno scenario in cui il potere mondiale sembra dividersi non più secondo alleanze ideologiche classiche, ma secondo capacità di intervento e di pressione: chi ha mezzi e volontà determina il corso degli eventi, chi subisce resta relegato alla funzione di osservatore o di pedina.

La reazione internazionale, pur variabile, mostra una crescente consapevolezza del cambiamento in atto. Paesi europei come Regno Unito, Francia, Italia e Spagna osservano con attenzione: da un lato la condanna formale dell’ingerenza e della violazione della sovranità; dall’altro il riconoscimento implicito che gli Stati Uniti detengono strumenti di pressione che nessuna alleanza tradizionale riesce a bilanciare. Anche l’America Latina stessa registra una divisione tra chi accetta passivamente le imposizioni esterne e chi mantiene una linea di resistenza, spesso simbolica ma significativa. L’arresto di Maduro funziona quindi come un catalizzatore: mette in luce la natura del potere contemporaneo, condizionato dalle capacità tecnologiche, economiche e militari, e non più solo dalla legittimità internazionale. L’immagine di un leader catturato, circondato da agenti stranieri, diventa simbolo di una nuova gerarchia globale in cui la forza sovrasta il diritto, e la diplomazia è subordinata alla strategia di intervento diretto. Al di là delle polemiche, la vicenda evidenzia anche l’inarrestabile tensione tra ciò che viene percepito come libertà e ciò che è effettivamente esercizio del potere: il mondo non appare più diviso tra Stati democratici e autoritari, ma tra chi può agire e chi deve subire. In questo contesto, il potere non è più solo una questione interna, ma un meccanismo globale in cui ogni mossa locale ha ripercussioni immediate sullo scenario mondiale.

Il caso Maduro ci costringe a guardare oltre la superficie: il potere si distribuisce secondo logiche nuove, la sua “divisione” non è più ufficiale né codificata, ma pragmaticamente definita dai mezzi con cui le grandi potenze impongono la propria volontà. La sovranità di uno Stato, la libertà dei popoli, diventano parametri flessibili all’interno di un gioco globale che sembra accelerare verso una ridefinizione delle gerarchie mondiali, e in cui le pedine reali e simboliche si confondono, lasciandoci davanti a un mondo in cui nulla può più essere dato per scontato. L’arresto di Nicolás Maduro diventa così un prisma attraverso cui osservare il funzionamento del potere contemporaneo e la sua percezione pubblica. Filosoficamente, ci invita a riflettere sul rapporto tra forza e legittimità, tra immagine e sostanza, tra ciò che viene presentato come naturale e ciò che è costruito a tavolino per ottenere consenso o sottomissione. In questo senso, le intuizioni di Galbraith sul potere condizionato appaiono straordinariamente attuali: l’operazione contro Maduro non si limita a un’azione militare o giudiziaria, ma plasma la percezione del mondo, orienta le opinioni e rinforza la posizione geopolitica degli Stati Uniti, inducendo molti a considerarla inevitabile o giustificata, mentre il diritto internazionale e la sovranità venezuelana restano sullo sfondo.

Dal punto di vista filosofico, l’episodio richiama le riflessioni di Machiavelli sulla virtù e sulla fortuna: la capacità di un leader di condizionare la realtà attorno a sé non si misura solo in base alle risorse materiali, ma alla sua abilità di manipolare credenze e immagini, di anticipare reazioni e orientare comportamenti. In questa logica, il potere assume una dimensione simbolica, in cui la forza non è solo ciò che si esercita fisicamente, ma ciò che convince gli altri ad accettarla come legittima o inevitabile. Nietzsche potrebbe leggere qui un gioco di volontà: non quella del soggetto sottomesso, ma quella di chi definisce la legge del possibile, piegando gli eventi al proprio disegno.

È impossibile parlare di questo scenario senza considerare la figura di Donald Trump, la cui personalità incarna molti dei principi che Galbraith, Machiavelli e anche Schopenhauer avrebbero riconosciuto come universali. Fonti ufficiali e analisi psicologiche della Casa Bianca, dei think tank statunitensi e di esperti in leadership politica indicano alcune caratteristiche centrali: una forte necessità di controllo, una percezione della realtà come arena competitiva in cui la forza e l’immagine contano più delle regole astratte, e un orientamento pragmatico verso l’obiettivo, spesso senza mediazioni morali o burocratiche.

Trump manifesta una spiccata capacità di trasformare la percezione in strumento di potere. La sua comunicazione, fatta di immagini forti e dichiarazioni nette, funziona come amplificatore di autorità, creando consenso interno e deterrenza esterna. Psicologicamente, può essere interpretato come un individuo che ricerca il potere non solo per i benefici materiali o simbolici, ma come estensione della propria identità: l’amore per il potere, come ricordava Hazlitt, è anche amore per se stessi. Ogni azione, dalla dichiarazione alla decisione militare o politica, riflette questa logica di autoaffermazione e controllo, in cui l’immagine pubblica diventa parte integrante dell’esercizio stesso del potere.

In questo contesto, l’arresto di Maduro assume una duplice funzione: da un lato rafforza il messaggio di dominio statunitense, dall’altro conferma l’abilità di Trump di operare attraverso il potere condizionato, modellando credenze, paure e percezioni. La realtà dei fatti — la cattura o l’operazione di polizia — diventa secondaria rispetto alla costruzione di un senso di inevitabilità e controllo. Filosoficamente, siamo di fronte a un potere che è sia reale sia simbolico, che lega la capacità coercitiva alla capacità di plasmare la coscienza collettiva.


2 risposte a “Maduro, il potere e il mondo che si ridefinisce”

  1. maaaaa …. un eventuale deficit di verosimiglianza democratica e il corrispondente sostegno di dittature come russia e cina ultraventennale le lasciamo perdere come c’incegna Travaglio? 😀 😀 😀 😀 😀

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  2. Tutto vero, ma non so. Sarà, temo, fonte di dolore e distruzione ma ogni azione crea una reazione e, non so. Forse, nonostante tutto, più le cose si aggravano, più spero.

    E temo, certo. A tal punto da pensare che stiamo per uscirne.

    E ne temo pure il come. A quali costi per la gente, per i nostri, e di tutti, ragazzi.

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