Di Marco Crestani


Nella vecchia scatola da scarpe, tra lettere sbiadite e ricevute dimenticate, qualcosa aspettava di essere letto. Non erano parole ordinarie: erano tracce minuscole, segni che richiedevano di avvicinarsi molto, di piegare la testa, di concentrare lo sguardo fino a che gli occhi non iniziassero a bruciare leggermente. Robert Walser aveva passato gli ultimi vent’anni della sua vita in una clinica psichiatrica, e quando morì a Herisau, questo fu il suo lascito: una calligrafia così piccola da sembrare un codice segreto.

Sebald lo chiamò «il più solitario fra tutti i poeti solitari». Ma cosa cercava Walser in quella miniaturizzazione ossessiva? Alcuni hanno pensato alla follia – un’ultima frattura prima del silenzio. Eppure sarebbe troppo semplice. La follia, se vogliamo davvero cercarla, non sta nei “Microgrammi”: precede tutta la sua scrittura, ne è il presupposto nascosto. «Mi aleggia sulle labbra qualcosa che in genere non si dovrebbe mai permettere alle labbra di pronunciare», confessa in quelle pagine. La chiacchiera diventa scudo, protezione contro qualcosa di indicibile. Se smettesse di parlare, forse qualcosa in lui si spezzerebbe definitivamente.

Walter Benjamin intuì che i personaggi di Walser escono da una notte particolare – «là dove essa è più nera, una notte veneziana» – e devono ritornarvi, come il Minotauro al centro del labirinto. Ecco allora che la scrittura può diventare un modo per abitare temporaneamente la luce, prima di essere risucchiati di nuovo nell’oscurità.

La vita di Walser non conteneva grandi eventi. Nessun amore travolgente, nessun incontro folgorante, nemmeno negli anni berlinesi, quando la città ribolliva di fermento artistico e inquietudine politica. Mansarde, pensioni modeste, traslochi continui fino all’arrivo definitivo nella casa di cura. Persino i ricordi di medici e infermieri contraddicono tra loro: c’è chi giura di averlo visto scrivere con foga, chi invece ricorda solo un uomo silenzioso che sfogliava vecchi giornali e, a volte, pelava patate in cucina.

L’unica costante che lo caratterizzava era il camminare. Walser attraversava sentieri di montagna, viottoli sterrati, boschi e campi con una regolarità quasi ossessiva. Chilometri ogni giorno, come se il movimento fosse l’unica forma di pensiero possibile. Quando incrociava qualcuno, si toglieva il cappello e abbassava la testa – una cerimoniosità eccessiva che metteva a disagio gli altri. Era il suo modo di costruire distanza: la cortesia estrema come veleno, la forma come arma.

Leggere qui Walser richiede pazienza doppia: prima decifrare i caratteri minuscoli, poi comprendere cosa significhino davvero. Ma quale ricompensa aspetta chi accetta questa fatica?

Non troveremo storie che si chiudono con soddisfazione, né personaggi definiti con precisione psicologica, nessun romanzo di formazione che ci insegni come vivere meglio. Walser non costruisce architetture narrative solide: offre invece la continua messa in discussione di ciò che pensiamo di conoscere. Il suo regalo è il dubbio – non come incertezza paralizzante, ma come forma di libertà.

I “Microgrammi” sono un universo anarchico dove prosa e versi si mescolano, dove lo scarabocchio diventa fiaba e ogni parola si confonde con la chiacchiera quotidiana. In questa confusione c’è un metodo: quello di chi sa che se smette di parlare, di scrivere, di camminare, il labirinto si chiude e non resta che la notte nera da cui i suoi personaggi provengono.

La scrittura minuscola, allora, non è fuga nella follia, ma tentativo estremo di tenere qualcosa aperto – una conversazione con l’ombra, un passo dopo l’altro lungo sentieri che non portano da nessuna parte, se non al prossimo passo. Il mistero di Walser è questo: aver trasformato l’insignificanza quotidiana in urgenza esistenziale, la chiacchiera in necessità vitale, il gesto di togliersi il cappello in strategia di sopravvivenza.


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