
Una storia di silenzi, attese e piccole promesse portate su ali splendenti
Ogni mattina, nello stesso preciso istante in cui apro la porta-finestra della cucina, lei appare. Puntuale come un orologio svizzero. Un tempo bastava quel gesto per evocarla; oggi non ho più bisogno di cercarla: so che è già lì, in attesa.
All’inizio la chiamavo semplicemente Crow, un nome troppo sbrigativo per una presenza così misteriosa. Poi, giorno dopo giorno, tra i nostri silenzi condivisi, è diventata Poe.
Aspetta con pazienza il nostro piccolo rituale: il boccone offerto, lo sguardo scambiato. All’inizio afferrava il cibo e spariva in un battito d’ali; ora resta. Si posa. Indugia. Come se volesse trattenermi in una conversazione che non ha bisogno di parole, come se custodisse segreti antichi quanto il tempo.
Non le rivolgo le domande febbrili e disperate dell’amante tormentato del celebre poema, quello che interrogava il suo corvo ottenendo sempre la stessa risposta: “Nevermore” (mai più). La mia Poe è diversa. A ogni mia domanda, risponde con un suono enigmatico, quasi beffardo: “Cras”. E’ latino e significa domani.
Domani. Una promessa? Un rinvio? O forse un invito a credere che qualcosa, là davanti, debba ancora accadere?
Stamattina, con la stessa miscela di curiosità e fragile speranza, le ho chiesto:
“ Quando sarò felice?”




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