L’approfondimento odierno si presenta come profondamente complesso e questo a causa delle sue multiformi implicazioni sociali, culturali e professionali.

La recente cronaca ci espone ancora una volta, in maniera piuttosto brusca e violenta , innanzi al fallimento socioculturale cui da anni guardiamo impassibili, con l’unica eccezione di quella indignazione che tanto ci piace esporre sui social media.

In questo spazio abbiamo affrontato spesso il tema della maternità, momento del ciclo di vita che particolarmente mi sta a cuore, così come in maniera particolare e viscerale ho a cuore la salute mentale del femminile.

Chi sono, allora, quelle che definisco donne opache e cosa accade nella mente di quella donna che si squarcia, lacera e che vede la frantumazione del proprio IO?

Siamo abituati a temi come baby-blues o depressione post-partum, ci fermiamo invece quando si parla di psicosi puerperale; cerchiamo di comprendere, allora, cosa sono i disturbi psichiatrici perinatali.

Che cos’è la psicosi puerperale?

Rifermiamo a una condizione clinica definibile come caleidoscopica poiché particolarmente complessa; si va, infatti, da sintomi maniacali, depressione severa, quadri misti; si possono riscontare deliri, allucinazioni, insonnia, comportamenti bizzarri, fluttuazioni del tono dell’umore (depressione, mania, fasi miste), preoccupazioni ossessive per la salute del neonato, labilità emotiva, suicidio e infanticidio.

Quando parliamo, pertanto, di psicosi puerperale, indichiamo una condizioni di complessità tale da rendere necessaria l’ospedalizzazione.

Si evince, pertanto, che la psicosi puerperale non è depressione post- partum e non deve e non va confusa con questa (mi rammarica molto di come la cronaca utilizzi impropriamente il termine depressione post partum per qualsivoglia forma di disagio psichico colpisca la puerpera. Oltre ad essere un errore epistemologico è anche un profondo bias culturale pericoloso).

Differenze depressione post-partum e psicosi puerperale.

  • DEPRESSIONE POST- PARTUM (DPP): ESORDIO (Entro il primo anno, spesso 4/6 settimane) CONTATTO CON LA REALTA’ (Preservato, la madre soffre ma sa cosa accade) RISCHIO (Disperazione, ritiro, pensieri di inadeguatezza)
  • PSICOSI PUERPERALE: ESORDIO (Rapidissimo, di solito 2/3 settimane) CONTATTO CON LA REALTA’ (Compromesso, deliri, allucinazioni, confusione) RISCHIO (Alto rischio di suicidio e infanticidio. Emergenza medica).

Se quindi con la depressione post-partum la donna vive come esposta in una nebbia di cui tuttavia riesce in qualche modo a scorgere i confini di un approdo possibile e necessario, con la psicosi puerperale si assiste a un naufragio brusco e improvviso; la realtà si rompe (così come l’IO), la bussola gira impazzita e senza una scialuppa di salvataggio (farmacoterapia e psicoterapia) diviene impossibile rimettersi in rotta di navigazione.

Altra sostanziale differenza tra depressione post partum e psicosi puerperale risiede nell’insight (consapevolezza), nei pensieri sul bambino e l’evoluzione.

Nella depressione post-partum la madre sa di stare male e per questo si colpevolizza ne deriva che i pensieri siano del tipo: “non sono capace di accudire il mio bambino/lui starebbe meglio senza di me”. Il tutto avviene con una evoluzione graduale che si insinua nelle settimane.

Nella psicosi puerperale invece la donna ha una consapevolezza inesistente quindi non sa di essere malata poiché la sua realtà è vera; i pensieri sul bambino hanno una tonalità scura e oscura infatti i deliri presenti sono spesso a contenuto religioso: “il bambino è impossessato/ lui è il demonio” il tutto con una evoluzione così rapida da poter insorgere anche in poche ore.

Con la psicosi puerperale non c’è scampo, non abbiamo spazio di attesa poiché la velocità diviene l’unico margine tra integrazione e disintegrazione; osservare, comprendere e attivarsi non appena la donna ha dato alla luce il proprio bambino, diviene l’unico modo per preservare un IO già reso fragile dalla gravidanza, il parto, la fatica fisica, quella mentale per riassestare le personali (e di coppia) reviviscenze traumatiche.

Osservazione socio-antropologica: il ruolo dei social.

Negli ultimi anni una strana moda ha colpito i social media: quella delle mamme a tutti i costi con tanto di esibizione del momento “pipì sullo stick” più rivelazione “incita da 2-3 settimane!”. Quanto scritto, se di primo acchito può far sorridere reca in sé una cisti pronta a far infezione: la celebrazione dell’inesistente perfezione materna (ovviamente i padri diventano un inesistente sfondo poiché in quella società che tanto mira alla parità di genere, sono spesso proprio le donne a fare delle questioni femminili un fatto da solo donne escludendo l’altro genere).

Accade allora che dal momento del test, queste ragazze raccontano ogni trimestre della gravidanza, ogni settimana, ogni minimo cambiamento estetico ed emotivo presentandosi sempre curate e impeccabili (nessuna creator smette mai di lavorare o di prendersi cura di se stessa, dove la cura appare come un mero miraggio estetico: le mi unghie e i capelli sono sempre ben pronti).

Dopo il parto, di cui sarà narrato ogni dettaglio (e con ogni intendiamo persino se durante il travaglio sono fuoriuscite feci), queste donne mirano a una sola cosa: eliminare ogni rimando alla maternità.

L’obiettivo resta uno: il corpo deve tornare il più velocemente possibile in forma, magari anche meglio di prima, cancellando di fatto ogni passaggio della maternità appena avvenuta.

Il primo passaggio è il ritorno al filler di cui si sentiva una mancanza lancinante (così come il primo pasto a base di sushi), poi si parte con il pilates reformer (il pavimento pelvico tendenzialmente pare essersela cavata bene), poi i trattamenti con rulli, acidi e via andare. Insomma queste donne paiono cariatidi sempre sorridenti, piallate, boccolose ai limiti del ridicolo, con questi batuffolini sbattuti un po’ qui.. un po’ lì sempre a favore di telecamera. Il tutto sempre sostenendo quanto sia faticosa la maternità nel mentre hanno donna delle pulizie, madre, suocera e baby sitter a comando.

Qualcosa non torna.Quanto esposto non va preso come un giudizio personale né va interpretato come un inneggiare alle madri sacrificali che devono abbandonare il proprio corpo: è proprio l’inverso.

Queste ragazze e questo modello di femminilità è quanto di più artificiale e maschilista possibile e sono proprio le donne a rincorrere questo ideale.

La madre non è mai perfetta, non lo sarà (per nostra fortuna) mai nel corpo né nella mente: sbaglierà, ridefinirà migliaia di volte la sua identità, vacillerà e dubiterà il tutto a patto che mantenga la sua integrazione interna. Vacillare e dubitare non pongono l’IO in pericolo ma lo esaltano poiché lo modellano. Quelle donne che ho sopra descritto sono invece quelle maggiormente in pericolo di frantumazione poiché inseguono una perfezione che non è umana.

Auspico, come sempre, che vi sia un maggior dialogo e una maggiore azione tra i saperi e tra i membri della società. Casi come quello di Catanzaro oppure casi come quello della Petrolini non possono diventare solo mezzi di evacuazione social del nostro disappunto ma devono essere memento affinché diventiamo capaci come società intera di comprendere, contenere, e preservare la salute dei nostri membri sociali.

Cominciando dai più fragili: i più piccoli -i nuovi nati- che in questo mai avranno colpe.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,

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