Dal romanzo “Balia Bufera” di Afan Alessandro Fantini
PROLOGO
Scappare.
In fretta. Senza riflettere. Senza la certezza di arrivare vivo al mattino dopo. Senza il terrore di rischiare l’assideramento a più di milletrecento metri con meno dieci gradi.
Sapevo soltanto che non potevo più restare nella tenuta. Di sicuro non con quei due nei paraggi (e quell’altro in agguato).
Non mi portai dietro niente.
Da lei avrei trovato tutto quello che mi serviva.
O così speravo.
Prima che venisse buio riuscii a farmi da solo tutta la mulattiera. In mancanza dei racchettoni, m’ero infilato i doposci di riserva che avevo trovato nell’armadio di Augusto.
La caldaia s’era rotta per il gelo e tutti s’erano radunati nella sala del camino. Pensavano che non sarebbe durato un altro un giorno dopo tutta la neve che era venuta giù in quarantottore. Continuavano a fidarsi di quel che avevano letto sui siti meteo prima che mancasse la corrente. Per i corridoi non c’era anima viva. A nessuno sano di mente sarebbe venuta l’idea di squagliarsela dalla casa-famiglia con un tempo del genere. A nessuno a parte me, che con la follia e la lucidità avevo imparato a giocare fin da bambino. E che dopo i fatti e le crisi degli ultimi giorni non avevo più la forza di distinguere l’una dall’altra.
Ero andato a tentoni, la neve alle ginocchia, a testa bassa, col cappuccio e il bavero del piumino che mi lasciavano scoperti gli zigomi e la punta del naso, in lotta con le raffiche della bufera che da quella notte non aveva smesso per un minuto d’infuriare sull’altopiano.
Non riconoscevo più nulla. La stradina: scomparsa. Il muretto: scomparso. In alto, nel mulinare dei fiocchi, intravedevo appena le sagome fumose dei tetti. La neve era arrivata già a due metri. Forse di più.
Mi arrampicai sulla candida cunetta che nascondeva il muricciolo all’ingresso del paese.
Mi resi conto che lo strato di neve era così compatto da sostenere il mio peso. Sui muri ai lati del viale invaso da un soffice tappeto bianco, la bufera aveva modellato delle colonne di neve che si alternavano ai balconi e alle finestre, arcuate come le costole di un dinosauro morto incastrato nel viale. Tra l’una e l’altra lunghissimi ghiaccioli cresciuti sotto i cornicioni avevano formato dei giganteschi radiatori trasparenti. Balzai a piedi uniti nel mezzo del viale e lasciai delle orme profonde non più di un paio di centimetri.
Allora non erano tutte dicerie. Favolette inventate per dare al paese un’attrattiva turistica che stranamente, a quel che ne sapevo, non s’era mai guadagnata le prime pagine dei giornali.
Che poi fossero davvero passati diciassette anni dall’ultima volta non faceva molta differenza. Perché quello che contava davvero a quel punto, era che tutte le storielle che avevo letto e sentito raccontare fossero nate sotto tutti quei metri di neve. E che lì sotto i protagonisti, chiunque fossero e qualsiasi cosa volessero e facessero, fossero disposti a darmi un’ultima possibilità.
A me e a lei.
Nonostante tutto quel gelo.
E quel sibilo che s’espandeva nell’aria.
Nella pelle. Nelle ossa.
Nella mente.

Il Gelo è più dolce della vita
Olio su tela 60×35 cm.




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