In quell’urlo di violenza
dove la violenza è una turris eburnea
sfiorata certo ma toccata mai, né forte né piano
dove le mamme uccello
hanno smesso di rigurgitare cibo nelle bocche
dei figli affamati
dove i caprioli abbaiano, spauriti all’apparenza
ma intimamente indifferenti
e io, il giorno otto di gennaio,
insofferente al vociare e alle ripetizioni infantili
sfrondata di una paura di esistere
che quotidianamente imponeva
un’esistenza di cilicio
impostata e imbustata in brand occidentali e approssimativi
io apostola di chiunque mi desse parola e ora io
in riferimento ad allora
apostata
e squarciato quel bozzolo, senza violenza,
senza approssimarsi perché sorta infine
nel nòcciolo
apprestata a essere materiale fissile eppure
già deflagrata senza botto o rivendicazione
manifesta solo nel nòcciolo che irradia silenzioso
e ora appostata
sulla sedia della cucina
con un bicchiere di vino che contiene
gli ultimi quindici anni
passati a tremare: prima di paura,
ora della sostanza mai fissa del vivere, che è
vibratile, che non sente
fissità alcuna, mai.


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