Raramente si pensa a Pavese come un autore “impegnato nella politica e nel sociale”. Lo si pensa piuttosto chiuso nei limiti del proprio dolore, nell’assenza d’amore, volto a realizzare quello che sarà il suo ultimo gesto del suicidarsi. Ne apprezziamo i versi, i romanzi, le traduzioni, come prodotti dell’austero isolamento dal suo tempo. E questa nostra visione viene sorretta in primo luogo da quella che riteniamo la sua esperienza più traumatica, quale possa essere stata quella del confino in un paesino assolutamente a lui estraneo. In secondo luogo dalle sue delusioni in amore, che egli ritenne segnali del proprio fallimento di uomo, e che non gli permisero di apprezzare il valore della propria attività letteraria. Insomma un eremita del pensiero, che ha bisogno di silenzio e solitudine per affrontare e sviluppare i temi che lo caratterizzano.
È quello che pensò Pasolini quando definì Pavese un “provinciale e apolitico”, inducendoci a contrapporli, collegando tra loro esclusivamente le due solitudini.
Solitudini che si alimentarono traendo la loro ragione dall’orientamento personale di ciascuno di essi ma che contemporaneamente pongono l’uno all’opposto dell’altro: Pasolini mira alla vita, Pavese alla morte. L’idea della vita ci permette di respirare; quella della morte ci soffoca e c’induce a sfuggirla. Questo è ciò che dà peso e forma alle nostre opinioni su questi due autori.
Coerentemente con il proprio pensiero, Pasolini pone particolare attenzione alla cronaca umana, Pavese all’essenza umana. Pasolini grida, si agita punta l’indice accusatorio sulla società, sulle sue ingiustizie, sulle sue condizioni storiche a lui contemporanee (che si riveleranno a lunga scadenza); Pavese in silenzio guarda all’uomo, partendo dal mito e concretizzando questo nell’essenza che sempre appartiene all’essere umano.
Qualcuno si è preoccupato di elogiare l’uno e denigrare l’altro. Così è stato detto che “Pavese è un unicum. Pasolini è il risultato della cronaca che visse.”. Inoltre viene evidenziato come il mito, a cui ricorrono entrambi, è in Pavese una via di fuga, mentre in Pasolini è principio di realtà.
Altri viceversa si sono sforzati di trovare punti comuni ad entrambi come fossero anime gemelle.
Cosa che non è assolutamente vera anche se hanno in comune molto più di quanto si pensi.
Pavese e Pasolini sono privi entrambi dell’amore di un altro, e come tutti coloro che producono arte, mettono a nudo la propria anima. Ma gli obiettivi sono differenti. Pasolini per andare incontro all’uomo, denuncia le condizioni disumane a cui la società spinge. Pavese mira a che l’uomo prenda coscienza di sé, delle proprie debolezze, dei propri limiti.
Questi obiettivi contrappongono i due autori nel concepire la vita politica e parteciparvi.
La concezione di Pasolini è sotto gli occhi di tutti. Pasolini si dichiara apertamente di sinistra, più esattamente gramsciano.
Quella di Pavese è necessario ricostruirla mettendo insieme diversi tasselli che permettano di definirla.
A qualunque partito fosse iscritto (nel 1933 al partito fascista; al partito comunista dopo la liberazione) non scrisse nulla di strettamente politico in entrambi i casi. Molto si è detto sulle motivazioni storiche e psicologiche che spinsero Pavese a iscriversi all’uno o all’altro partito, ma a noi interessano i fatti. E i fatti sono che Pavese, come un qualsiasi dissidente fascista, patì il confino, sfuggendo a una condanna più drastica grazie alla difesa che Pavese stesso fece dichiarandosi simpatizzante fascista. Come letterato fu, assieme a Vittorini, lo scrittore che diede un contributo fondamentale alla scoperta della cultura americana come mitico mondo della libertà da opporre alla chiusura repressiva della cultura fascista. In questa ottica di formazione democratica scrisse i suoi racconti.
La sua mentalità aperta fa sì che oggi dobbiamo convenire che Pavese è moderno e universale, perché moderna e universale (in quanto immutabile) è l’essenza dell’essere umano.
Anche Pasolini, pur scavando nella storia del suo tempo, ha presente (e non potrebbe essere diversamente) l’essenza dell’essere umano, ma la incarna nelle relazioni e tensioni sociali.
Dunque la si smetta di contrapporre questi rappresentanti della medesima cultura. Riflettiamo piuttosto sull’ipotesi che Pasolini criticò Pavese da uomo impegnato in una ideologia politica (che oggi peraltro lo lascerebbe nudo di fronte ai mutamenti sociali e politici). Immaginiamo di contro Pavese che, se intervistato, avrebbe criticato Pasolini come un estremista di sinistra, abbagliato nel bene e nel male dalle condizioni a lui contemporanee.
Non dimentichiamo infine che gli autori cercano di comprendere la propria natura, altri se ne servono. Ma cos’è questa “propria natura”? Per noi che li osserviamo nelle loro opere, essa è il segno dell’emozione profondamente nascosta dentro di noi che emerge e vibra nelle loro immagini, dei colori e dei suoni. Pasolini in prima persona con le sue opere, Pavese attraverso i suoi scritti.
Posti l’uno accanto all’altro ci danno una visione completa dell’essere umano che resta immutabile di fronte ai mutamenti degli equilibri (e squilibri) sociali.
14/01/2023
Marcello Comitini




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