L’uso della foto è il diario di un amore raccontato attraverso testi e foto. Nel 2003 la scrittrice intraprende una relazione con Marc Marie, giornalista e fotografo, di oltre 20 anni più giovane di lei. Annie Ernaux ha un cancro al seno e proprio nel periodo in cui inizia e si protrae la sua relazione lo sta curando. Amore e morte sono quindi i temi portanti del racconto a due voci: per ogni foto, infatti, ognuno dei due ha scritto un testo di commento. Le immagini (sono 14) rappresentano un soggetto sempre uguale, anche se sempre diverso: gli abiti della coppia abbandonati sul pavimento nella frenesia della passione e fotografati in un secondo momento. Un esperimento interessante, dunque, perché oltre ad affrontare il noto binomio freudiano amore/morte, affronta anche il tema del corpo in tutte le sue sfaccettature: il corpo che prova desiderio, che gode, che soffre, il corpo sano e il corpo malato, il corpo giovane e quello anziano, e senza mai che niente, di quei corpi, si veda nelle immagini. Ernaux poi ha, come sa chi la legge, un modo di parlare di sé con distacco, come da una distanza, e questa sua caratteristica è una delle più pregevoli qualità della sua scrittura. Io l’ammiro molto e ho letto quasi tutti i suoi libri. E tuttavia questo non mi ha convinto del tutto. L’ho trovato molto, troppo costruito. Be’, dirà chi legge, certo che è costruito: innanzitutto lo è qualsiasi testo, anche quello apparentemente più spontaneo e naïf, inoltre questo lo è in modo particolare proprio per il suo combinare immagini e parole. Certo. Il fatto è che a me è parso esageratamente costruito, in un modo che mi sembra falsificarne l’essenza.
La prima delle regole che i due amanti si erano dati nel dar vita a quel loro “gioco” era quella di non toccare la disposizione dei vestiti da fotografare, lasciarli esattamente come erano caduti a terra, come si erano disposti spontaneamente. La seconda regola, scrivere il proprio commento indipendentemente l’uno dall’altra, in modo da non influenzarsi in alcun modo e da offrire al lettore due interpretazioni diverse, forse discordanti. Leggendo il libro e guardando le foto, però, a me è sembrato che entrambe le regole siano state infrante. Le composizioni di abiti appallottolati, scarpe e borse sul pavimento mi sono parse frutto più di una sapiente messinscena che non del caso, mentre i testi di accompagnamento, seppure certamente diversi, si presentano singolarmente omogenei, proponendo analoghi spunti di riflessione, soffermandosi a volte sugli stessi particolari, addirittura usando in alcuni casi le stesse identiche parole. Ad esempio, i sabot bianchi che “camminano” sul tappeto e “le zampette di Kyo”, la gattina, che entrambi notano sebbene siano seminascoste dietro i piedi del letto. Sono dettagli, lo so. E può darsi che i due abbiano commentato insieme le foto una volta sviluppate (hanno usato una tradizionale macchina analogica), per cui magari certi dettagli o espressioni sono rimasti impressi nella mente di entrambi.
Una delle principali caratteristiche della scrittura di Ernaux, che rivendica puntigliosamente anche nell’introduzione di quest’opera, è l’assoluta sincerità: Annie Ernaux in tutti i suoi libri parla di sé e delle sue esperienze, lo fa in un modo inusuale, però l’aderenza alla realtà è una premessa imprescindibile di ogni suo testo. Ed è questo uno dei suoi pregi maggiori, quello di mostrarsi allo sguardo del lettore, nuda, non indulgente né autoconsolatoria, non patetica e strappalacrime, con una pretesa di neutralità e oggettività che lascia spiazzato il lettore. Nell’Uso della foto a me pare che questo patto di totale sincerità sia stato violato, e non so capirne il motivo, dal momento che Ernaux è un’autrice famosa, di grande successo, insignita del premio Nobel, e quindi non ha certo bisogno di scrivere un testo furbo per strizzare l’occhio al pubblico…
Ho poi un’altra riserva, ma questa è davvero cattiva e la dico sottovoce. Ecco: al tempo della relazione con Marc Marie, Annie Ernaux ha 63 anni e il cancro. Porta addosso un catetere venoso centrale cui è collegato un flacone che dispensa continuamente il medicinale chemioterapico. Ernaux descrive minuziosamente l’imbracatura che tiene legato al suo corpo il marsupio dentro cui si trova il flacone. Mia sorella l’aveva, so cos’è. So che è un marchingegno che impedisce di disporre agevolmente del proprio corpo, che non permette movimenti in scioltezza, e tanto meno azioni irruente o brusche, e so anche che il farmaco, somministrato continuamente, dà spossatezza, nausea, debolezza. Non escludo che una persona possa fare sesso mentre indossa il dispenser con tutta la sua imbracatura, trovo però poco plausibile la foga, l’energia che sprizza da quelle svestizioni frenetiche, da quei capi di vestiario aggrovigliati sul pavimento, in ogni stanza della casa, in camera, in cucina, in salotto, nello studio. Buon per Annie, se davvero in quel momento della sua vita aveva l’energia e l’agilità per praticare un sesso appassionato e rocambolesco: io però sono rimasta un po’ con l’amaro in bocca.





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