Oggi propongo la poesia di questo amico di penna che sa utilizzare un linguaggio decisamente aulico. Buona lettura.
“Maree Oniriche”
La chiglia busa sulli scogli
Ingolla sale, pesci e catene;
Il mi’ forzier di talleri e sogni
S’adagia, malconcio, sin lene.
L’innioro. Il timone è la barca,
E tutti l’atolli spiran lontani,
E, perduti ‘l remo e una scarpa,
Serro i denti e fatico le mani.
L’oceano volta cremisi e s’apre;
M’inghiotte lassàndomi sciutto
Ma l’acque pungon qual spade
E mi grappo all’albero rotto
‘N attesa d’un’onda improvvisa,
La di parvenze nove_e infauste,
Che mi sbatta s’una prossima riva
Pur lassando le membra esauste.
Colla schiuma dintorno l’occhi
Creo contorni d’ombra e pianti,
E due figure ‘n profili sporchi,
Poscia ‘n dì, mi ferrano i fianchi;
Uno è colui che ‘n son mai stato,
Onesto, impavido, anni addietro,
L’altro, quissà, un me invecchiato,
Le palme magre, pupille ‘n vetro.
M’arriva l’aria ‘n petto novo,
Le dita anelano l’ito timone,
Ed apro l’occhi, cheto muovo
Le gambe or marmo ‘n terrore.
Uno scrùtami, vèstemi gianco,
Ell’altro l’addocchia sitto su’n sasso
Coll’anima pacata e ‘l viso stanco,
M’indica, poco innanzi, un fosso.
Debbo morire, ancòra, nevvero,
Pe’ quivi tornare appena migliore.
Il giovane ascolta, lumina un cero,
Il vecchio affila preciso una scure.
La spiaggia favella scrosciando,
Restiamo ‘n silenzio, ì non penso
Ma m’alzo, e stiamo già andando
Ai bordi del fosso. Non v’è senso.
Il gruppo si fonde, il sole or brucia
La mano che stringe sul legno,
Dimàndomi perché coll’ascia,
Ì che meno del manico degno;
Ma dal bosco palesa un’aurora
E sfugge l’arma, cedo all’inchino.
Si fa forma d’una signora,
La pelle chiara, ‘l capo corvino.
Colloquia con bocca serrata
D’atti che so ma che ‘n conosco,
E temo guardarla, ammé prostrata,
Or m’avvicino, tremo, e m’accosto,
Cerco un guardo suo amico
Che spieghi, risposte e vele,
La speme che l’isola cui vivo
‘N sia un approdo di fine e fiele.
Il volto suo s’accenna piano
Ma all’altezza del mio fissare
Tutto vien buio, strilla lo sterno
E strìngemi flesso a imprecare.
Vacuo par tutto alle spalle,
Perdo dal masso l’appiglio
E un tuono, ‘l motto d’un folle
Dipingo nel nero, e mi sveglio.
Il letto è madido e caldo,
E tu riposi, non qui vicino;
Rivòlgomi all’etere, m’alzo,
E tale aspetterò ‘l mattino:
Sul bordo del mondo che ti cantavo
A vent’anni o qualcosa ‘n meno,
Quando voleo viver di svago
E’l gotto parea mezzo pieno.
Eppur, chessìa, le leggi fisiche
Fan scartarmi l’idee illogiche
‘Sì parlo di noi solo ‘n le liriche,
E tu di noi ‘n le mie maree oniriche.
MINI BIO
Marco Delrio nasce in Liguria nel 1988 e vive a Torino e dintorni dal 2014. Scrive poesie, canzoni, racconti, e articoli dai tempi delle superiori; ha probabilmente perso il conto dei libriccini pubblicati e delle band in cui ha strillato d’amore, morte e altre sciocchezze (cit.). Ad oggi lavora in una città diversa ogni giorno, canta in giro con i Vox Lupi, compone per altri artisti, scrive – troppo – sul blog (l’unico social che possiede e tollera), e combatte in tetrametri giambici per una rivoluzione letteraria neoaulica.




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