Lasciando la basilica paleocristiana, scendiamo dietro l’abside verso il luogo in cui un tempo sorgevano due edifici affiancati. Il primo, costruito su una struttura preesistente — forse distrutta nel 64 d.C. in seguito al Grande Incendio di Roma sotto Nerone — era l’originaria casa di Clemente. Il secondo era un mitreo del II secolo, ospitato in quella che in origine era un’*insula* romana (un condominio). Uno stretto vicolo ben visibile li separa, rivelando il piano di calpestio dell’antica Roma, che si trova diversi metri al di sotto di quello della città moderna. Il mitreo è composto da tre ambienti: il *triclinium* (sala dei banchetti), l’atrio o *pronaos* (vestibolo) e una stanza che potrebbe essere stata utilizzata per l’iniziazione dei catecumeni. Durante il percorso attraverso questi stretti passaggi, siamo accompagnati dal suono potente di acqua che scorre, il quale accentua l’atmosfera misteriosa del luogo. Il *triclinium* di forma rettangolare è visibile attraverso una grata metallica. Colpiscono gli stucchi sulle pareti e sulle volte, che in alcuni punti si sono conservati in modo straordinario. Lungo i due lati corrono delle panche; presumibilmente, gli iniziati vi sedevano per i loro banchetti, parte fondamentale del rituale. In fondo si trova il mitreo vero e proprio. I partecipanti a questi riti misterici praticavano il culto della tauroctonia: l’uccisione sacra del toro compiuta dal dio Mitra per ordine di Apollo. In questa lotta — raffigurata nel bassorilievo sull’altare al centro del mitreo — Mitra era aiutato da un serpente e da un cane; tuttavia, uno scorpione colpì il ventre del toro, facendo cadere gocce del sangue dell’animale e introducendo così il male nel mondo, poiché il toro era fonte di vita per tutte le creature. Dopo la vittoria, Mitra volse il capo — in una posa che ricorda Alessandro Magno — verso il corvo che aveva recato il messaggio di Apollo; si sedette poi a tavola con il dio e fu trasportato in cielo sul suo carro. Anche altre divinità, come Helios e Selene, partecipavano a questi banchetti. L’atmosfera che si respira sostando in quel mitreo — idealmente nel silenzio (sia esso religioso o laico: due silenzi che molto si somigliano, pur spirando da direzioni diverse) — è quella di una profonda “religiosità cosmica”. Si può quasi percepire — e non pochi pellegrini sono stati profondamente toccati dal vivere tali “esperienze”, avvertendole come qualcosa di trascendente — il modo in cui un mondo tradizionale (in cui gli eventi reali vengono compresi attraverso una conoscenza simbolica) si è impadronito di noi; ci ritroviamo a praticare un culto o un “atto rituale” di cui la nostra ragione non sa definire il “perché”, ma a cui la nostra voce interiore assegna un preciso “cosa”!

Gli adepti del mitraismo rinascevano a nuova vita attraverso il rito dell’aspersione con il sangue di un toro ritualmente sacrificato; la loro consacrazione a Mitra garantiva così la salvezza eterna. I seguaci più devoti si trovavano lungo le frontiere dell’Impero Romano — come quella danubiana — dove il culto si era diffuso a partire dall’impero di Alessandro Magno nel IV secolo a.C. La religione giunse a Roma grazie ai soldati che avevano partecipato alle campagne in Asia Minore intorno al 67 a.C. Per quegli uomini valorosi — le donne erano totalmente escluse da qualsiasi forma di partecipazione — la rigorosa morale di questa religione esercitava un fascino particolare, ponendo l’accento su lealtà, obbedienza e fedeltà. Alcuni imperatori, come Commodo e Diocleziano, sostennero tale fede; basti pensare che la sola Ostia vantava ben diciassette mitrei: un numero davvero significativo. A Roma, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, il mitraismo raggiunse l’apice legandosi alla figura di Aureliano e al culto del Sole — religione ufficiale dello Stato romano — con circa cinquanta mitrei censiti nella capitale. La sua contrapposizione al cristianesimo è stata da alcuni esagerata e da altri liquidata con una semplice frase. In realtà, il mitraismo scomparve dalla scena romana alla fine del IV secolo, ma rimane uno dei tanti esempi delle grandi tensioni che hanno plasmato la storia di Roma: una storia che, nel suo ruolo di crocevia di culture, popoli e religioni, ha assunto il volto frammentato di un mosaico… Da una prospettiva storica, vale la pena notare che le Terme di Caracalla – inaugurate dal figlio di Settimio Severo e completate sotto l’imperatore Eliogabalo – potevano accogliere fino a millecinquecento bagnanti in un ambiente dagli arredi lussuosi e davvero invidiabili. Inizialmente, uomini e donne facevano il bagno insieme; in seguito l’usanza cambiò, prevedendo che le donne vi accedessero per prime ma separatamente. Più tardi, fu nuovamente consentito bagnarsi insieme, dedicarsi ad attività quali la lotta e tonificare il corpo nelle palestre. Il bagno era un processo delicato e complesso: iniziava nei *sudatoria* – ambienti ristretti e caldissimi concepiti per indurre un’abbondante sudorazione – per poi proseguire nel *calidarium*, una sala più ampia dotata di …un ambiente più gradevole dove ci si immergeva in acqua calda; da lì si passava al *tepidarium*, una vasta sala a temperatura più mite; infine, si accedeva al *frigidarium*, una vasca di acqua fredda. Questo segnava la conclusione del percorso termale. Se abbiamo l’audacia e la fortuna di scendere nei livelli sotterranei delle terme, troveremo un *mitreo* piuttosto ampio. L’ambiente è caratterizzato da otto colonne e due banconi destinati agli iniziati. L’altare situato in fondo non versa in condizioni ottimali come quello descritto in precedenza.

Relativamente vicino — passeggiare in quest’area dell’antica e immortale Roma può rivelarsi un’esperienza davvero incantevole — si trova un quartiere affascinante, dimora di figure straordinarie fin da tempi remoti: l’Aventino. Nel cuore del quartiere sorge la chiesa di Santa Prisca, affacciata sull’omonima piazza. L’edificio sacro fu costruito sopra l’antico *titulus* di Prisca. Il *titulus* era un luogo destinato al culto paleocristiano; molte delle antiche chiese di Roma, infatti, furono edificate proprio su tali vestigia ancestrali. Il *mitreo* — sopra il quale i cristiani costruirono l’abside della chiesa nel IV secolo — si conserva in buono stato grazie all’intervento compiuto trent’anni fa da archeologi olandesi. Dopo un lavoro paziente e meticoloso, essi recuperarono numerosi frammenti delle statue di Mitra e degli affreschi mitraici — probabilmente distrutti dai cristiani al momento della costruzione del loro tempio — portando a termine un accurato restauro. Di particolare interesse è l’affresco sulla parete sinistra, che illustra le sette fasi dell’iniziazione religiosa prevista da questo culto; una di esse prevedeva una prova di abilità a simboleggiare il passaggio dalle tenebre alla luce, dalla terra al cielo. È inoltre possibile osservare la raffigurazione di un banchetto sacro, durante il quale i partecipanti consumano vino, pane e carne — proveniente, forse, da un animale sacrificato appositamente per l’occasione. Sulla parete destra si trova un dipinto che ritrae il sacrificio romano della *suovetaurilia*: l’offerta simultanea di un maiale, una pecora e un toro. Non ci è pervenuta alcuna letteratura mitraica, sebbene si ritenga che anche i gradi gerarchici tra gli iniziati fossero sette — un numero che, nella simbologia antica, era il più diffuso dopo il tre. Se si ha tempo a disposizione, vale davvero la pena recarsi a visitare lo spettacolare e meraviglioso Mitreo di Ostia Antica. Ho avuto l’opportunità di farlo insieme al pittore Antoni Tàpies, a sua moglie Teresa e all’editore Xavier Folch. È stato un incontro che solo l’esperienza diretta può offrire. La riflessione e il ricordo successivi rafforzano in noi la consapevolezza del profondo significato di certe opere d’arte che l’umanità ha sentito il bisogno di creare, sia per una fruizione artistica (forse “profana”?) che spirituale (religiosa o trascendente?).

La Basilica neopitagorica: un viaggio filosofico

Se accettiamo la definizione di “tradizione” proposta dallo studioso Zolla — ovvero “l’insieme di conoscenze e simboli presenti presso tutti i popoli e in ogni epoca, sia nello stato di veglia che in quello di sogno degli esseri umani; è solo attraverso la tradizione che si possono superare i limiti di spazio e tempo e giudicare la storia, la quale non è altro che l’apparire o lo scomparire della Tradizione” — allora possiamo descrivere il nostro itinerario conclusivo come un viaggio attraverso la tradizione, nello specifico quella occidentale.

Eraclito affermava che Pitagora “possedeva più conoscenze di qualsiasi altro uomo”, eppure lo definì anche il “padre di ogni impostura”. I vari circoli pitagorici, formatisi attorno al maestro di Samo nelle splendide città della Magna Grecia — come Crotone e, più tardi, Taranto — si diffusero nella penisola nei secoli successivi.

Nigidio Figulo, amico di Cicerone, scrisse un’opera sugli dei che incarna perfettamente lo spirito della dottrina neopitagorica; un’altra figura chiave tra i suoi seguaci fu Apollonio di Tiana — scrittore, taumaturgo, profeta e predicatore carismatico vissuto nel I secolo d.C. Il principio cardine della dottrina neopitagorica affondava le radici nell’antico dualismo pitagorico, che separava la sfera terrena dall’aldilà cosmico e la materia dallo spirito. Per i neopitagorici, Dio era totalmente estraneo al mondo, eppure era possibile individuare un legame tra Lui e le cose materiali. Tale mediazione non intaccava minimamente Dio, mentre gli esseri umani — grazie alla grazia divina — acquisivano la possibilità di entrare in contatto con l’Essere Supremo. La visione di Dio e la consapevolezza della fragilità umana conferivano una dimensione mistica a questa dottrina; È dunque assai probabile che questo desiderio di ispirare gli uomini a elevare il proprio spirito abbia spinto i maestri neopitagorici a istituire luoghi o templi specifici per il loro culto.

Presso la Basilica di Porta Maggiore

Proprio nel cuore di Roma si trova uno degli edifici legati a questa setta mistica, risalente al I secolo d.C. La sua scoperta fu casuale: l’edificio riemerse durante lavori di manutenzione ferroviaria, suscitando grande interesse per le caratteristiche uniche del sito, il suo stato precario e l’importanza del ritrovamento. Per accedere alla struttura — situata in via Prenestina 17, lungo il tratto di mura cittadine affacciato sulla strada — è necessario ottenere un permesso speciale dall’autorità competente, la Sovrintendenza alle Antichità. A prima vista, la basilica colpisce per la sua somiglianza con le basiliche paleocristiane, in particolare per la presenza dell’abside e la pianta a tre navate. Gli stucchi parietali sono di squisita fattura, sebbene la loro interpretazione non sia sempre stata immediata. Le scene spaziano tra vari temi: alcune sono di carattere mitologico e attingono chiaramente a soggetti greci, come il Ratto di Ganimede e la scena nell’abside, ritenuta raffigurare Venere e Adone. Altre rimandano a elementi simbolici del culto stesso, rimasti oscuri o di difficile interpretazione; è il caso, ad esempio, della celebre scena che ritrae una donna e un uomo di piccola statura (quasi un pigmeo) intenti a nutrire due gattini in un palmeto, circondati da figure singolari ed enigmatiche.

Visitare questa basilica — presunto santuario dell’antica setta neopitagorica, che attraverso la metempsicosi aspirava ad avvicinare sempre più la vita umana alla perfezione — offre un’immersione nella bellezza di scene straordinariamente ben conservate (probabilmente grazie alla loro collocazione sotterranea). Il luogo trasporta il visitatore verso terre d’Oriente, epoche lontane e linguaggi dalle risonanze sanscrite, invitando a una meditazione silenziosa. Tuttavia, la sua vicinanza sfacciata alla Stazione Termini — quel crocevia di esistenze spesso misere e tormentate, punto di partenza per la fase rituale del sacrificio pasoliniano e per la successiva lotta quotidiana legata all’immigrazione (tema sempre più urgente nel nostro mondo globalizzato) — ci impedisce di assimilare serenamente il senso di tolleranza e spiritualità insito nel luogo. Al contrario, contagiati dall’agitazione frenetica della stazione, percepiamo un sussurro che ci ricorda il motivo della nostra presenza: siamo venuti a percorrere questi sentieri ctoni, filosofici e in parte esoterici. Forse per esemplificare la convivenza tra arte e trascendenza in questa città di contraddizioni — una città che si è tentato di confondere contrapponendo “tradizione” e “modernità”, attribuendo spesso all’una o all’altra una natura entropica. È per questo motivo che, di recente, si è parlato di un’opposizione “entropica” tra democrazia e comunismo all’italiana; tra DC e PCI; tra Don Camillo e Don Peppone; tra Compromesso Storico e… insomma, l’opposizione tra Bene e Male. Tuttavia, grazie all’impegno di molti — sebbene purtroppo non di tutti — Roma è divenuta di recente un esempio di armoniosa convivenza (artistica, s’intende, e per alcuni anche spirituale) tra le aspirazioni di esseri umani che, attraverso l’eternità e la storia, hanno vissuto la propria esistenza nello spirito romano, cercando di ancorare le loro opere alla cornice artistica della posterità. Proprio quell’ambizione — tracciare il percorso di questi viaggi trascendenti — ha guidato i nostri passi attraverso la *città aperta ed eterna*.

*Cura ut valeas!*

Valentí Gómez i Oliver

Note:

Cfr. Valentí Gómez i Oliver, *Roma*, Barcelona, ​​​​Destino, 1986 (4 edizioni—serie “Las Ciudades”, n. 3); *idem*, *Roma, paseos por la eternidad*, Barcelona, ​​​​Apóstrofe, 2001 (2 edizioni).

2 Cfr. Grazia Marchianò, *Elémire Zolla: Il conoscitore di segreti (una biografia intellettuale)*, Milano, Rizzoli, 2006, p. 124.

3 Sia padre Miquel Batllori – che conosco da più di trent’anni – sia padre Plazaola hanno generosamente contribuito al libro che ho realizzato con il gesuita Josep Maria Benítez Riera: *31 jesuitas se confiesan*, Barcelona, ​​​​Península, 2003.

4 Cfr. Grazia Marchianò, *op. cit.*, pag. 198, nota 50.

5 Raccolti in Amador Vega, *Arte y santidad: cuatro lecciones de estética apofática*, Università Pubblica di Navarra, 2005 (*Cuadernos de la Cátedra Jorge Oteiza*), in particolare la prima conferenza, “La santidad de lo sagrado: nuevos elementos de estética y religión” [La santità del sacro: nuovi elementi di estetica e religione], pagine 21–46.

6 Cfr. Amador Vega, *op. cit.*, pag. 23.

7 Cfr. il “*lessico zolliano*” in Grazia Marchianò, *op. cit.*, pag. 611.

8 Per quanto riguarda l’importanza delle parole nel mondo greco, vale la pena leggere alcuni testi di Aristotele, in particolare la sua *Retorica* o la sua *Poetica*. Forse l’edizione della *Retorica* tradotta e introdotta da Julián Marías.

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