Roma, anni Sessanta. Lo scrittore e la bambina si incontrano al parco comunale. Lui è uno scrittore famoso, Ennio Flaiano; ha vinto la prima edizione del Premio Strega col suo unico romanzo, Tempo di uccidere; è giornalista e soprattutto sceneggiatore e collabora in particolare con Federico Fellini, col quale ha un rapporto burrascoso. Lei è solo una bambina di cinque anni, ingenua e fiduciosa, con una testolina che ragiona a modo suo, e forse proprio per questo attira la curiosità e l’affetto dello scrittore. Nasce tra loro una singolare amicizia che si protrarrà fino alla morte di Flaiano, nel 1972.

Scorrono tra le pagine del romanzo gli anni della bambina, le tappe fondamentali della sua crescita, dall’ingresso alla scuola elementare alla conquista dell’andare e tornare da sola come una “bambina grande”, alla Prima Comunione, fino a quando la scuola elementare finisce e la bambina deve affrontare un difficile cambiamento. Nelle conversazioni con “lo zio Flaiano”, nel dialogo con la madre, nel rapporto con i coetanei e con le varie figure adulte di riferimento, la bambina non smette mai di porre domande, di cercare risposte autentiche e relazioni sincere. Sono anni importanti, quelli in cui la bambina cresce e la loro atmosfera si respira tra le pagine del libro: nelle confidenze di Flaiano sui suoi rapporti col mondo della letteratura e del cinema, nelle notizie che arrivano dall’America, dove cresce la contestazione verso la guerra del Vietnam, nel dibattito su fascismo, antifascismo, comunismo e anticomunismo. E, sollecitata dall’amico scrittore e dalla madre, ha modo di riflettere su questioni fondamentali: la malattia, la diversità, la pace e la guerra, la morte… sono temi difficili per una bambina, che vorrebbe vedere gioia e armonia intorno a sé e invece deve imparare ad accettare la presenza del dolore, l’isolamento che nasce dal sentirsi diversi, la malinconia che spesso avvolge le persone amate. Ma la bambina ha una carta vincente, ed è la sua passione per la lettura e per la scrittura: il papà le regala una Olivetti portatile, una Valentina rossa, sulla quale si cimenta con i suoi primi testi poetici, e lo zio Flaiano le raccomanda di coltivare sempre, di non lasciarsi sfuggire quel dono. Grazie al suo carattere impavido, alla sua innata fiducia, alla sua passione per la scrittura la bambina riuscirà ad allontanare per sempre “il ladro della panchina”, rappresentazione plastica di tutto quanto è mediocre, malevolo, ipocrita, e a  portare avanti i suoi sogni, i suoi ideali.  

Un’opera matura, questa di Maria Caterina Prezioso, che piccoli indizi, nascosti tra le pieghe della narrazione, collegano al precedente I giorni pari, scritta con grazia e un sottile umorismo.

Una risposta a “Lo scrittore e la bambina, di Maria Caterina Prezioso (Arkadia, 2026). Recensione di Marisa Salabelle”

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