Nelle consulenze psicologiche uno dei disagi maggiormente affrontati da parte dei preadolescenti, adolescenti e giovani adulti, concerne le problematiche relazionali.
Tendenzialmente quello che è portato nella stanza dei colloqui è il bisogno, inteso proprio come necessità di vitale importanza, di sentirsi completi e completati dall’altro.
Il sentimento innescato in queste malsane co-dipendenze (oltre a non essere -chiaramente- amore), è un bisogno infantile di essere adeso nella mente (prima) e nel corpo (poi) al proprio amato o amata.
Questo stato di fusionalità che poggia su basi talvolta inesistenti o esistenti (ma solo nella testa di chi si ostina a portare avanti delle relazioni fatte di svalutazioni continue e/o vessazioni di ogni genere), diviene una necessaria necessità per sopravvivere e sentirsi vivo nel mondo.
L’altro diviene quel posto in cui abitare e mettere in scena la propria scrittura di vita.
L’altro diviene qualcuno che mi dota di una specifica identità e se questo è assente, io perdo i confini del mio IO. Non importa se questo riconoscimento è crudele, non reale o svalutante; non importa se questo altro c’è solo quando e come dice lui, se mi controlla continuamente, se mi impedisce di essere me stesso/a: almeno mi vede, sa chi sono.
Spesso questi adolescenti mi raccontano di essere soli in famiglia e -attenzione- non necessariamente la famiglia in questione fa parte di frange svantaggiate del popolo. Sono anche nuclei familiari agiati che credono di essere presenti.
Ma non è questo il focus del piccolo approfondimento odierno.
Posso stare con te se prima da solo, tollero il mio stato di incompleto e in questo stato trovo la mia completezza. Non ho bisogno di te per esistere e sentire di avere un confine corporeo e psichico.
Una relazione sana è possibile solo laddove io riesco a tollerare la frustrazione del sentirmi non finito senza aver bisogno di essere infinito (e qui entrano in gioco i necessari confini da marcare per consentire lo sviluppo psico-fisico del soggetto).
La vera maturità emotiva non risiede nel ri-cercare nell’altro lo specchio che ci rimanda una immagine intera, ma nell’imparare ad abitare la nostra ombra. Perché solo chi impara e riesce a camminare da solo nel proprio incompiuto, smette di scambiare una prigione per una casa.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità





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