Naza è un film documentario del 2026 diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due giovani registi israeliani. Yuval Abraham è noto per aver diretto nel 2024 No other land, con Basel Adra, Rachel Szor e Hamdan Ballal. Due film importanti, che hanno avuto un enorme impatto e che hanno rivelato al pubblico le terribili azioni dei coloni israeliani in Cisgiordania, nel caso di No other land, e, in Naza, le atroci azioni commesse dall’esercito israeliano durante il genocidio di Gaza. Genocidio che, in forma attenuata, continua ancora e che si sta estendendo a altri territori in cui Israele spadroneggia, dalla Cisgiordania a Gerusalemme Est al Libano.
Dal punto di vista visivo, Naza è molto semplice: siamo sul tetto di un palazzo a Tel Aviv, è notte, e Yuval intervista alcuni soldati israeliani e agenti dell’intelligence. I volti degli intervistati sono in penombra, non riconoscibili, sullo sfondo si vedono le luci di Tel Aviv, le silohuettes dei grandi palazzi del centro, le finestre degli appartamenti, dietro le quali si intravedono cittadini israeliani intenti a condurre la loro vita tranquilla: siedono in poltrona, camminano per la stanza, guardano la televisione, mangiano.
Gli agenti dell’intelligence costituiscono un personale scelto, sono informatici ed esperti nelle tecnologie per la sorveglianza di massa e per l’analisi dei dati. Grazie a sistemi software estremamente sofisticati e all’Intelligenza Artificiale possono individuare i bersagli che dovranno essere colpiti: terroristi di Hamas, veri o presunti, anche se inattivi da anni, anche se solo sospetti di terrorismo per aver avuto un contatto sia pure fuggevole con un altro membro di Hamas. Una volta individuato il bersaglio, si colpisce: non sono gli agenti intervistati a sganciare le bombe, loro danno solo le coordinate, il via. Un sospetto terrorista vive in un certo appartamento di un certo palazzo? Si bombarda. Quante persone vivono con lui, moglie, figli, parenti, vicini di appartamento? Sono Naza: danni collaterali. Quanti Naza sono accettabili per un singolo bersaglio? Quattro, otto, anche venti, anche l’intero palazzo, se necessario. Gli agenti, tra le varie tecniche, adoperano anche le intercettazioni: hanno sotto controllo tutti i telefoni. Un segnale che può dare il via al bombardamento è la voce di un bambino, di una ragazza, che annuncia: papà è a casa! Papà è a casa, la bomba è sganciata, papà muore, muore naturalmente anche la bambina che ne ha festeggiato il ritorno, e la mamma, e i fratellini o la nonna: Naza.
I soldati intervistati nel documentario invece hanno raccontato le azioni commesse, qulcuno di loro aveva qualche dubbio, altri invece hanno rievocato l’eccitazione, l’adrenalina, il divertimento. Sì: ci divertivamo, dicono. Dopo che un quartiere era stato bombardato gruppi di militari ci andavano e radevano al suolo ogni cosa, mura, mobili, corpi, o gli davano fuoco. Era eccitante, e c’era la soddisfazione del lavoro portato a termine.
Richiesti di spiegare le ragioni delle loro azioni, nella maggior parte dei casi i testimoni si sono trincerati dietro l’argomento dell’obbedienza a ordini ricevuti. Era la missione, non c’era da pensarci su tanto, erano gli ordini, era il loro dovere. In fin dei conti, nulla di diverso rispetto alle argomentazioni di Adolf Eichmann durante il processo di Gerusalemme: la banalità del male, nuda e cruda. Gli ordini ricevuti, il lavoro ben fatto, il compito del soldato. Non odio gli arabi, ha detto uno. Non li disumanizzo, ha commentato un altro. Un terzo ha fatto riferimento a un suo viaggio in Polonia, al lager di Auschwitz, durante l’adolescenza: «Una volta credevo che fosse il Male Assoluto», ha detto. Poi si è reso conto che non è così.





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