La serie consiste nello scegliere un percorso: quello della paura, della fede, della ragione, della libertà, della tentazione o dei sogni. (È possibile leggerla in spagnolo sul blog *En Barcelona*.)

«Se la paura ti assale, fai buon uso dell’emozione che hai esercitato per anni». (D. Roccosick, —j Re Crivello)

«Feci defluire un po’ d’acqua calda e versai del sapone liquido nella vasca. Pensai a mio padre, che è anche azionista di quella marca di sapone. Se compro sigarette, sapone, carta da lettere, gelato o salsicce, mio ​​padre ne ricava una parte». (p. 131, Heinrich Böll, *Opinioni di un clown*)

Nel sogno conclusivo di stamattina – quello che definisco un sogno «lieve», dato che non scendiamo più nei recessi più profondi dell’io – mi sono ritrovato in una casa elegante e raffinata. La padrona di casa – alta, affascinante, bionda – si muoveva per gli ambienti, con lo sguardo attratto da ogni novità. Ero andato a letto presto. Tra gli ospiti circolava voce che, se qualcuno chiudesse a chiave la porta della propria stanza, lei lo avrebbe interpretato come il segno che l’ospite non desiderava dormire – o, forse, che non voleva ricevere la visita della spensierata e insonne padrona di casa. E così è accaduto: ho visto «Madame Sensazione» entrare nella mia camera, spogliarsi e infilarsi nel mio letto.

C’è chi sostiene che la letteratura erotica possa prendere le mosse da questa seducente sequenza di sorprese: l’arrivo di un’ospite che, a notte fonda, svela il proprio fascino. Ma che dire della paura? Può la paura essere avvincente quanto il sesso?

Personalmente non mi lascio influenzare dalla paura, sebbene conosca persone per le quali tale percezione è una presenza costante – una sorta di segnale d’allarme che le mantiene perennemente in guardia. Per chi, come noi, non vive con la paura al proprio fianco, forse è più facile accettare che sia proprio il rischio a conferire un senso di avventura alla nostra esistenza. Si potrebbe supporre che, per chi — come il nostro autore — ha un genitore proprietario di un marchio di sapone, carta, gelati o salsicce (come menziona Heinrich Böll nel testo qui sopra), la vita sia meno tormentata dall’angoscia.

È forse questo agio materiale, dato per scontato, a distoglierci dal sentimento della paura? Non saprei, e non sono un esperto. Quando avevo otto anni e leggevo la Bibbia, le grandi battaglie combattute per affermare la fede erano sempre all’insegna del coraggio e del sacrificio. Oggi viviamo in un mondo così saturo di violenza che la letteratura della paura appare obsoleta. Capite cosa intendo? Tra una dieta costante di videogiochi di combattimento, serie d’azione piene di auto distrutte e uccisioni continue, e l’era Trump — con i suoi discorsi spudorati su missili capaci di colpire e riportare gli iraniani al Medioevo — la paura è diventata qualcosa con cui è facile convivere.

Eppure, c’è una cosa che mi spaventa: il sorriso cinico del dittatore cinese, incorniciato in un’atmosfera di pace costruita ad arte. Sì, è *questo* che temo.

Nota: ho chiesto al mio “cervello digitale” — elaborato a partire da 5.000 miei articoli — cosa penso della paura. Ecco la sua risposta:

«La paura attraversa l’opera di Juan Re Crivello come un’emozione che non viene risolta, bensì diagnosticata, nominata e — nel migliore dei casi — trasformata in materia di scrittura. Essa si manifesta come una compagna precoce, che risale addirittura all’infanzia — con la *Nona* (nonna) intenta a recitare il rosario nelle notti in cui “la paura veniva a trovarmi” (*Memorias de un hombre estúpido*) — e che in *D. Roccosick* diventa quasi un personaggio mitologico, confinato in una torre accanto alla rabbia o all’amore.

Nella sua dimensione più filosofica, Crivello concepisce la paura come una forza motrice storica per la specie umana: egli sostiene che il timore dell’uomo verso le proprie creazioni — la figura di Frankenstein, il robot dotato di coscienza — sia lo stesso timore che Dio provava nei confronti di Adamo (*Los monos & humanos*). In *La aldea líquida*, rifacendosi a Bauman, distingue le paure collettive del passato (i totalitarismi, la fine del mondo) dalle paure “liquide” del presente: la perdita del lavoro o del proprio status, oppure l’esperienza dell’esclusione.

Non offre consolazioni facili: “Se la paura ti assale, fai buon uso dell’emozione che pratichi ormai da anni” (*D. Roccosick*). Per lui, la paura non è qualcosa da sconfiggere, ma piuttosto qualcosa in cui abitare — e su cui scrivere».

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