Riflessioni sulla fortuna e sulla resilienza
Ogni essere umano nasce come un uovo: pieno, bastante a se stesso, un sistema racchiuso in un guscio, sospeso nel limbo della beatitudine.
Il guscio, in maniera variabile da individuo a individuo, porta invisibili venature di vulnerabilità, che con il tempo potrebbero scalfire il guscio.
Nel frattempo, andando avanti nel tempo, la vita può infliggere delle crepe; le mancanze si insinuano e come sassi in uno stagno fanno rumore, generano reazioni a catena, creano inevitabili vuoti.
Essere in grado di rimpinzare quei vuoti non è un merito; non essere in grado di farlo non è una colpa.
È vero, gli esseri viventi hanno una grande capacità che ha indiscusse ripercussioni sull’esistenza: quella di imparare. Ma imparare implica sempre un cambiamento. E come può l’essere umano imparare se non ha consapevolezza di aver bisogno di cambiare?
Allora ecco che tanto gioca la fortuna.
La fortuna di avere delle capacità innate o di riuscire a impararle. Di avere o imparare la capacità di resistere, di morire e rinascere, di essere clessidra che per ogni fine ha un inizio; di accartocciarsi e poi rimpolparsi senza lasciarsi andare.
La fortuna di essere resilienti, di rispondere a tono agli attacchi della vita, di leccarsi le ferite e cercare di non soccombere alle voragini.
La fortuna di avere qualcuno che ci prenda la mano, che ci faccia vedere ciò che noi non riusciamo a vedere, che semplicemente sia una costanza al nostro fianco, che ci faccia sentire di non essere soli.
A Wanda.





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