IL MISTERO (conclusione)

(qui la prima parte, link blog di Luisa)

Baltimora

Questa dunque è la morte … o la soglia della morte. Il confine è vago e confuso. Chi potrebbe dire dove finisce la vita e inizia la morte? E questo abisso in cui sono precipitato a furia di guardarci dentro, non è diverso da come l’avevo dipinto, quando con la penna davo corpo ai miei terrori più profondi.
Sono sempre stato perseguitato dalla morte e da altre orribili presenze come l’abbandono e la malattia, e anche dall’ opprimente terrore di essere sepolto vivo. Non è servito a nulla tentare di anestetizzarmi con l’oppio, l’alcol, gli azzardi. Avrei dovuto saperlo che “l’infelicità è molteplice e la sventura terrestre è multiforme”

Sono stato anche definito pazzo, ma che cos’è la follia se non “una suprema forma d’intelligenza, il grado più elevato dell’intelletto”?
La ragione umana però ha dei limiti, e anch’io mi sono smarrito davanti all’insondabile enigma dell’esistenza. Il mondo è terrificante perché incomprensibile, come incomprensibile è la presenza di questo mio corpo su questo ignoto marciapiede, un corpo che non sembra più mio, con indosso abiti dozzinali e lerci, che non sono mai stati miei.
Mi sento sulla soglia della coscienza, “sul confine dell’eternità”.
Meglio sarebbe fare “il tuffo definitivo nell’abisso” piuttosto che rientrare in quel misero involucro sudicio abbandonato vicino al canale di scolo. La sofferenza è immane, le convulsioni irrefrenabili, le parole che emetto ritornano alle mie orecchie come suoni disumani.

È ancora un uomo questo?
Sono sfiancato, voglio andarmene, non sapere più nulla. Non voglio più vedere turbinare brandelli di vita e di ricordi. Lampi fugaci. Immagini sconnesse.

Ricordo il dottore che mi sconsiglia di intraprendere un viaggio perché secondo lui non sono ancora guarito.
Una donna che mi dice di sì e un’altra che mi aspetta per consegnarmi un assegno di 100 dollari.
Un battello, a Richmond. Sì, Richmond, dove la dolce Sarah Elmira ha finalmente accettato di diventare mia moglie. Ero diretto a Baltimora e da lì a
Filadelfia: è lì che sono atteso.
Ricordo la cabina fumosa, il viaggio disagevole e quell’uomo seduto accanto a me. Ha iniziato a parlare del tempo, del costo della vita e di politica. Ha continuato a parlare e ha estratto una bottiglietta di whisky dalla tasca del gilet. Ne ha bevuto un lungo sorso e io ne ho aspirato l’aroma ma ricordo di non averne avuto nostalgia, Ormai sono mesi che resto sobrio: è per questo che ho avuto l’ardire di riproporre a Sarah Elmira di sposarmi.
Altri lampi. Briciole di immagini. Ricordi sfila
cciati che si confondono e diventano incoerenti, avvolti da una cortina di nebbia.

C’era nebbia al porto di arrivo, quella la ricordo, ma perché venivo trascinato in una taverna? Io gridavo a qualcuno o forse solo alla nebbia che non volevo perché ho smesso di bere. Sarah lo sa. Chi erano quegli individui? E quel locale buio in cui mi gettavano, angusto e simile alla cella di una prigione, quasi una gabbia?
Sì, una gabbia, ma non quella lucente del canarino a cui Catterina (bel nome per una gattina, vero?) tende spesso la zampina. Dov’è Catterina ora? Chi penserà a lei?
E di chi erano tutti quegli abiti puzzolenti che mi facevano indossare a ripetizione? Perché mi ci ficcavano brutalmente fuori e dentro a forza, prima di spintonarmi all’esterno della cella?
Era la realtà, quella? O era solo “un sogno in un sogno”? Uno di quei segreti che non si lasciano svelare, a causa dei quali “gli uomini muoiono con la disperazione nel cuore e la gola attanagliata dalle convulsioni”?

E chi è Reynolds?



Mercoledì 3 ottobre 1849, Baltimora.

Nella carrozza il tipografo Walker si accorse che l’uomo si era calmato e aveva smesso di tremare convulsamente. Forse aveva perso i sensi. Guardò più attentamente i tratti che si erano leggermente distesi e rendevano il viso meno irriconoscibile. Si concentrò su quelle fattezze, che aveva già visto.

Mentre la vettura stava per giungere al Washington College Hospital, la sua memoria fu attraversata da un improvviso flash di riconoscimento. Quei capelli scuri scarmigliati, quei baffetti ormai incolti sotto al naso diritto, quegli occhi incavati, segnati da profonde occhiaie brune appartenevano all’ideatore visionario di tanti personaggi tormentati, imprigionati per sempre nell’incubo delle tenebre: Edgar Allan Poe.



Una risposta a “Il mistero by Luisa Zambrotta (2)”

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