E’ probabile che esista veramente, su per le nostre montagne, in qualche angolo dimenticato da Dio, un paesino piccolo piccolo, con le stradine che s’inerpicano in salita e minuscoli spiazzi dove, accatastate, si stringono l’una all’altra le case col tetto a lastre d’ardesia; uno di quei paesini dove la gente non abita più, al massimo ci va in vacanza per un mese all’anno, nella casa che, anno dopo anno, ha rimesso a posto nel tempo libero: e francamente non si capisce come abbia potuto, la gente, viverci in passato, quando i moderni comfort ancora non esistevano, e d’inverno la neve veniva giù abbondante. E’ probabile che ci sia, sulle nostre montagne, un paesino così, anzi è probabile che ce ne sia più d’uno: il nostro, noi lo chiameremo Montagna Brulla, ma potremo dargli qualunque altro nome, ad esempio Selvabruna, o Montignudo. Un po’ più in basso, verso il piano, ci metteremo un paesotto più grande, dove la gente abita ancora, un paesotto rispettabile, con delle vere botteghe (a Montagna Brulla, invece, un alimentari dall’aspetto non molto allettante venderà un po’ di tutto), il macellaio, la farmacia, un ristorante e d’estate persino il cinema all’aperto. Ci sarà, usciti dall’abitato, una bella, severa abbazia medievale, con un castagno secolare a farle ombra, e per questo motivo il paesotto si chiamerà Badia al Castagno. Tra Montagna Brulla e Badia al Castagno, poi, sarà tutto un pullulare di case, raggruppate o sole, alcune delle quali abitate da personaggi stravaganti, altre abbandonate da tempo, diroccate, prossime a crollare se non crollate del tutto.

E sicuramente, tra tante case sparse sui fianchi della montagna, non troppo in alto, però, ce ne sarà pure una dall’aspetto austero, che domina su tutto un lato della vallata sottostante: una bella casa quadrata, di quelle che costruivano una volta, che appartiene senz’altro ad una delle più importanti famiglie della zona. Quelle famiglie che possono vantare una lunga tradizione, antenati che sono stati alle crociate, che sono stati insigniti di ordini cavallereschi da qualche imperatore della casa di Svevia o di Lussemburgo, e che di conseguenza hanno potuto far scolpire uno stemma sulla facciata, dove ancora è possibile distinguerlo, sebbene non ne sia rimasta che una sorta di gobba: un’escrescenza, un tumore. Avi che in qualità di banditi hanno scorrazzato per queste contrade selvatiche, diventando ben presto il terrore dei contadini del luogo; che hanno reso illustre il proprio nome grazie a sonetti e ballate composti in lode di qualche fanciulla ormai morta e sepolta; che hanno tenuto aperto per decine e decine di anni uno studio notarile nel vicino capoluogo, studio rinomato per un raggio di svariati chilometri, frequentatissimo da persone provenienti da ogni angolo della provincia. La famiglia che ci interessa, avrà un cognome un tantino altisonante, potremmo chiamarli ad esempio Guidobaldi, o Brunaldeschi, o magari Marcomanni.

Avrà una casa in città, oltre a quella in campagna, e nei secoli avrà alternato le due residenze secondo il caso: intere generazioni avranno vissuto in campagna, ai tempi in cui la tenuta era estesa e contadini la coltivavano, parte per sé, parte per il padrone: una vita ancora feudale, coi magazzini colmi di derrate, l’amministratore nel suo ufficio a pianterreno, i contadini con il cappello in mano e il padrone in giro per le terre, a far visita alle mogli dei contadini; la padrona intenta alle cure della casa e schiere di figlioli di ogni età. In altri tempi, invece, sarà stata preferita la residenza cittadina, e alla casa di campagna ci si sarà venuti a passare l’estate: così come avviene ora, del resto, che nemmeno i Brunaldeschi, o Marcomanni, ci vivono più in campagna.

La casa di campagna, beninteso, avrà un nome: la nostra la chiameremo Pratello, e non mancherà nella famiglia qualcuno che avrà fatto delle ricerche, e avrà riscontrato in certe antiche mappe catastali l’antico borgo di Pratolae, da cui com’è fin troppo ovvio è derivato il nome attuale di Pratello: quello stesso familiare erudito o un altro individuo suo pari  avrà trovato chissà dove una stampa del tardo Seicento raffigurante l’antico borgo, con la casa padronale, riconoscibilissima, nonostante da allora abbia subito, com’è facilmente comprensibile, delle modifiche, e altre costruzioni addossate o circostanti a quella: la stalla, il fienile, l’abitazione del fattore, e un po’ più in là la cappella, con la sua brava torre campanaria a fianco. Di tutto ciò rimangono ora tracce più o meno leggibili: la stalla è diventata un’ala della casa, il fienile è stato adibito a rimessa, la casa del fattore, debitamente ristrutturata, è andata a certi cugini, e la cappella resiste ancora, è stata restaurata e ospita un pregevole altare in terracotta del XIII secolo, oltre a poche panche e a una solitaria statua di San Giuseppe.

La stampa, fatta incorniciare dal parente erudito, fa bella mostra di sé su una parete del grande stanzone che s’incontra non appena varcato il portone principale: uno stanzone buio, dai soffitti alti, nel quale si aprono svariate porte. Una di queste, scesi alcuni scalini, immette in cucina: un locale vasto, dalle pareti annerite, col camino in un angolo, l’acquaio in graniglia sotto la finestra dalle tendine ricamate a intaglio, un massiccio tavolo al centro, e alle pareti armadi e armadietti di ogni sorta, sportellini che si aprono direttamente su incavi nei muri, una vecchia stufa a legna e, accanto a questa, una cucina modernissima, in acciaio inox; e sedie impagliate, rastrelliere alle quali sono appese pentole e padelle, mensole che ospitano barattoli di ogni forma e dimensione: una cucina di questo genere si viene formando su su, da una generazione all’altra, è questo il suo bello, e non è escluso che quei vasetti di marmellata fatta in casa e quelle melanzane e zucchine sott’aceto che si possono ammirare sulla mensola più alta risalgano anch’essi a qualche generazione fa.

Ogni volta che qualcuno decide di trascorrere pochi giorni o un mese nella casa di Pratello, appena sceso in cucina apre gli sportelli e rivolge un’attenzione sospettosa alle bottiglie d’olio e di aceto, al barattolo del sale e a quello dello zucchero: da quanto tempo saranno qui, questi reperti? Ci si potrà giovare del contenuto di vasi e vasetti? Il sale, con l’umidità, è diventato un blocco compatto; lo zucchero è infestato da macchioline scure che potrebbero anche essere cacche di topi; l’olio si è solidificato e del caffè è meglio non parlarne, non ha assolutamente più nessun odore. Pietosi sacchi per la spazzatura vengono in soccorso del prudente visitatore, che in un baleno fa piazza pulita di ogni cosa e sostituisce le provviste dall’aspetto poco rassicurante con altre, che ha portato dalla città, ancora nei sacchetti di plastica marcati COOP o Esselunga. Siffatti ricambi si verificano anche tre o quattro volte nell’arco di una stagione, giacché nessuno degli ospiti della casa si fida di chi l’ha preceduto; solo le marmellate, le melanzane e le zucchine rimangono là da un anno all’altro, nessuno ha il coraggio di buttarle via ma naturalmente nessuno ha lo stomaco di servirsene. Uno strato di polvere riveste quei barattoli, un impenetrabile tappo di muffa si è formato al loro interno: di quando in quando una solerte massaia, in vena di pulizie di primavera, si arrampica fino all’altezza della mensola che li ospita, prende in mano uno o due dei vasetti incriminati, li guarda storcendo la bocca e poi li ripone al loro posto, non osando disfarsene: sono anni, che sono lassù, nessuno si ricorda più chi ce li abbia messi, ma buttarli via… se venisse fuori il legittimo proprietario e li rivolesse indietro?

Se dalla cucina torniamo, risalendo quei pochi scalini, nell’ingresso, il nostro sguardo si posa sullo scarso mobilio: oltre alla stampa summenzionata, due o tre oscuri quadri ornano le pareti: sono dipinti di enormi dimensioni, montati su cornici intagliate di legno dorato; tele nerissime, dalle quali, dopo un po’ che le osserviamo, emerge il volto biancastro di una donna, o un informe gruppo di famiglia: sono gli antenati che continuano ad abitare in casa, e che, oltre all’ingresso, infestano anche le altre stanze, con le loro facce ingrugnite, i loro vestiti di velluto bordeaux, le loro mani in grembo, e ai bambini l’uno o l’altro di quei ritratti, secondo l’inclinazione di ciascuno, mette una paura incredibile. Da una parte c’è un attaccapanni di ferro battuto, ingombro estate e inverno di capi di vestiario disparati, che probabilmente nessuno tocca da decenni: mantelle d’incerato per la pioggia, maglioncini neri o beige infestati dalle tarme, grembiuli a quadretti cosparsi di macchie, sciarpe lavorate a mano, cappellini pieni di polvere. Accanto all’attaccapanni stazionano da tempo un vecchio passeggino sgangherato, un certo numero di stivaloni di gomma, una batteria di ombrelli. E poi nient’altro, lo stanzone è vuoto, vi regna in tutte le stagioni un buio, un freddo, un tanfo di rinchiuso. Si apre una delle porte e ci si trova in un’altra stanza, e poi in un’altra ancora, tutte grandi, tutte con i soffitti alti, tutte arredate in modo sommario. In una c’è un cassettone, un pianoforte a coda, un divanetto stile impero. In un’altra una grande libreria a giorno, fronteggiata da una credenzina sulla parete opposta: nel mezzo, un tavolo di noce con quattro sedie. Un armadio guardaroba e un orologio a pendolo sono tutto l’arredo di una terza stanza. Quello che non manca in nessuna sono i ritratti degli antenati.

Un po’ meglio le cose vanno salendo ai piani superiori, perché il piano terra è comune e dunque nessuno se ne cura, mentre il primo e il secondo piano sono stati suddivisi, in modo che ciascun ramo della famiglia abbia le sue stanze. Non che siano stati innalzati dei muri, o chiuse delle porte, ma per consuetudine le varie ali sono state assegnate a questo e a quello, e ciascuno s’è ingegnato di rendere confortevole la parte che gli spetta. I mobili antichi, pregevoli, sono stati spartiti anche loro, chi ha avuto il cassettone del Settecento chiamato San Gesualdo, per via di una statuetta dell’omonimo santo che un tempo ha soggiornato su di esso e che ora non si ritrova più, rotta o perduta o magari finita in soffitta, chissà; chi il letto di ferro sul quale sono morte innumerevoli zie e ziette, chi i comodini spaiati soprannominati Zio Genesio e Zio Dario perché somiglianti in tutto e per tutto a due lontani parenti, morti e sepolti da gran tempo, che ne erano stati in origine i proprietari: alto e spigoloso l’uno, basso e panciuto l’altro, i due mobiletti non possono andare se non appaiati, come sempre insieme erano stati, in vita, i due fratelli da cui hanno preso il nome e le fattezze.

Ogni oggetto, in quella casa, ha il suo nome e la sua storia, e non manca mai un’anziana zia o nonna che sappia spiegare il primo e raccontare la seconda, cosa, questa, da molti ritenuta particolarmente snervante. Ma sono così queste antiche famiglie,  hanno sempre aneddoti su questo e su quello, scovano sempre da qualche parte manoscritti, e diari, e stampe e vecchie fotografie, e con tutte queste cose riempiono di favole la testa dell’incauto che osi rivolgere all’uno o all’altro una semplice, ingenua domanda.

E però la cosa più imprudente di tutte, da parte dell’ospite, o del lontano parente che per qualsiasi motivo si trovi di passaggio a Pratello, sarebbe il chiedere ragguagli circa un tal Giovannino de’ Pratolesi, il cui nome si trova iscritto su una lapide che orna la facciata della casa: illustre poeta della scuola dello Stil Novo, vissuto tra il 1292 e il 1317, Giovannino ebbe qui i natali, recita la lapide, e qui stesso morì, stroncato in giovane età da un male che, diffusosi in forma epidemica, si portò via molti altri, su questo fianco della collina: a giudicare dai sintomi descritti dai medici del tempo, sembra che si sia trattato di scarlattina. Questo, però, la lapide non lo dice: dice invece che Giovannino cantò da par suo l’amore per una tal Silvera, verosimilmente una contadina del posto, e che gli amanti riposano uniti per l’eternità nella cappella da noi già menzionata.

L’ignaro parente, l’amico o il semplice passeggero che, in piedi di fronte alla casa, le mani infilate negligentemente nelle tasche posteriori dei jeans, strizzando gli occhi per aguzzare la vista, si sforzi di decifrare il testo inciso sulla pietra, levigato e reso in parte illeggibile dal passare del tempo, e imprudentemente esclami, rivolto più che altro a se stesso: “Curioso! Mai sentito nominare, questo Giovannino. Cino da Pistoia, sì, Guido Cavalcanti, ma Giovannino de’ Pratolesi, ba’! Chi sarebbe mai?”, troverà immancabilmente una vecchia zia  occhialuta o un attempato studioso i quali non aspettano altro che di erudirlo sull’argomento. La zia solleverà il naso dal lavoro a maglia al quale attende da mesi, lo studioso prenderà sottobraccio il disgraziato e intonerà con voce nasale. La storia, in breve, sarà questa: Giovannino, effettivamente, sarebbe riuscito un grande poeta, se la sua carriera terrena non si fosse conclusa prematuramente a causa di quell’epidemia di scarlattina della quale si trovano notizie in certe cronache locali nonché nel diario di un oscuro medico vissuto in questi luoghi, diario saltato fuori in occasione di certi lavori eseguiti nel secolo scorso per il restauro di una casa situata al centro del vicino paese di Montagna Brulla; nato qui, in questa stessa casa di Pratello che già allora esisteva – e difatti, dirà lo studioso, il quale ha il vizio di introdurre innumerevoli parentesi nel suo discorso, così che l’ascoltatore, quand’anche fosse animato dalle migliori intenzioni, si frastorna e rinuncia a seguire il filo della dotta conversazione – e difatti, rimangono ancora in piedi certi muri portanti, i quali risalgono nientemeno che all’epoca tardo-romana. Nato qui, Giovannino, proseguirà l’erudito, ignaro del fatto che il suo interlocutore ormai non segue più il suo discorso ma osserva piuttosto il volo basso di certe rondini: pioverà? Nato qui, Giovannino, continuerà imperterrito l’esperto, visse prevalentemente in città, dove poté studiare, e frequentare i giovanotti dell’epoca, ed i poeti locali, che allora fiorivano come oggi gli animatori e i dj nei villaggi estivi; di tanto in tanto, però, veniva a ritemprarsi quassù, specialmente d’estate, quando anche allora la gente soffriva il caldo, e chi poteva cercava refrigerio in montagna, o quantomeno in collina; e fu qui che ebbe modo di incontrare Silvera, della quale non si sa nulla, se non che fu amata dal poeta, il quale le dedicò una ballata e pochi sonetti: se anche lei l’abbia riamato, non si sa con certezza, tutto dipende dall’interpretazione che si vuol dare di alcuni dei versi più ermetici composti da Giovannino: certo il poeta avrebbe scritto di più, sia nel senso della quantità che della qualità, se il buon Dio non avesse per lui deciso diversamente; la cosa strana, ma non tanto, se si guarda bene, è che la stessa epidemia che stroncò la vita e la carriera di Giovannino, si portò via anche la povera Silvera, e ora i due riposano, come già si è detto, nella cappella, verso la quale l’ospite sventurato viene accompagnato dall’anziano parente che ancora l’avviluppa, e quasi lo soffoca, con le sue chiacchiere erudite.

Neanche a dirlo, proprio quello stesso personaggio che sta riempiendo di chiacchiere la testa del suo provvisorio compagno è l’autore di certi dottissimi articoli, una via di mezzo tra la ricostruzione storica, documentatissima, la critica letteraria, davvero molto acuta, e la pura e semplice invenzione, che ora gli mostrerà, di ritorno dall’escursione alla cappella. E’ facile immaginarsi i due, in piedi in quella che viene chiamata la biblioteca, una stanza le cui pareti sono tappezzate di libri, mentre sfogliano i numeri del locale bollettino di storia patria, l’uno con comprensibile orgoglio, l’altro con una noia che invano cerca di dissimulare, perché in queste nobili e antiche famiglie c’è sempre una grande passione per la storia locale, e c’è sempre qualcuno che collabora al bollettino di storia patria, e vi pubblica ricerche, saggi e dotte disquisizioni. In segno di particolarissima confidenza, l’erudito mostrerà infine al malcapitato suo ospite certi manoscritti custoditi in una teca: vecchie carte ingiallite, dai margini smangiucchiati, sulle quali resta una traccia sbiadita e appena decifrabile dell’inchiostro di cui il giovane poeta s’è un tempo servito. Ignorate dagli storici della letteratura, dai curatori delle antologie scolastiche e dagli studenti liceali, le magre liriche di Giovannino si possono leggere sulla “Crestomazia della lirica amorosa a uso delle giovanette”, di Nardello – Pecori, pubblicata a Bologna nel 1819 e intitolata, come si conviene, “Da fiore a fiore”. Della Crestomazia, è inutile dirlo, si conserva, in questa casa e verosimilmente solo in questa, una copia. E’ un reperto dall’aspetto malandato, quello che l’ospite si trova inaspettatamente tra le mani, di carta sottile e poco consistente; uno smilzo volumetto ingiallito, pieno di orecchie e di rattoppi, sul cui interno sta scritto, con un inchiostro celestino sbiadito quasi quanto quello dei manoscritti di Giovannino, un nome, Teresa Brunaldeschi, e una data, 1831, tra svolazzi e girigogoli.

“Eh, sì, la Teresina”, sospira il padrone di casa, quasi si trattasse di persona a lui particolarmente cara, della cui perdita ancora non riesce a consolarsi.

“Era sua, la Crestomazia, povera Teresa. E’ morta molto giovane, di tisi: aveva venticinque anni, proprio come Giovannino”.

Che coincidenza, pensa l’ascoltatore, che non sa più come tirarsi fuori da quella situazione, e intanto suo malgrado gli compare davanti agli occhi la Teresina, semisdraiata tra coltri e piumini in un ampio letto dalla testiera in ferro battuto, con rose dipinte a mano sul medaglione centrale: pallida e smagrita, coi capelli neri sciolti sulle spalle e gli occhi febbricitanti, Teresa passava il tempo leggendo poesie d’amore sulla sua Crestomazia, e chissà se dell’amore aveva avuto esperienza diretta, prima di cadere ammalata, o se non l’aveva mai sperimentato di persona, accontentandosi di leggere quanto ne dicevano i poeti; questo Giovannino, per esempio, chissà che tipo doveva essere stato: ormai suggestionato, lontano mille miglia dalle chiacchiere che ancora lo studioso gli viene imbastendo, egli s’immagina anche il poeta, un giovane alto e magro, un po’ curvo, col naso aquilino e la bocca sottile, le labbra pallide serrate: chissà che pensieri gli giravano per il capo, a Giovannino, che sogni, che fantasie. Doveva essere nervoso, certo aveva un modo tutto particolare di strizzare gli occhi o di arricciare il naso. E se ne andava in giro sempre solo, a testa bassa, e i contadini che non salutava lo guardavano storto, lo giudicavano superbo, forse anche un po’ fuor di cervello. Si capisce che in questa raffigurazione mentale che si fa dell’antico poeta, il nostro amico subisce involontariamente la suggestione di ben altri personaggi che ha conosciuto ai tempi in cui frequentava il liceo: dal nostro padre Dante ha preso il naso aquilino che gli par di vedere campeggiare in mezzo al viso accigliato di Giovannino, mentre per il carattere scontroso e superbo si è rifatto, senza volere, al gobbo maledetto di Recanati.

E questa Silvera, chissà che tipo doveva essere, questa creatura delle selve che aveva a tal punto incantato il poeta, da spingerlo a comporre per lei una ballata e alcuni sonetti. Certo aveva capelli lunghi e neri e gli occhi d’un marrone scurissimo, uno sguardo di animale selvatico tra le ciglia lunghe e le sopracciglia aggrondate. Certo aveva gambe snelle e abbronzate, e se ne andava sola in mezzo al bosco, alla ricerca di funghi o di castagne, e un giorno in mezzo al bosco Giovannino l’aveva incontrata ed era rimasto colpito da quel suo aspetto di creatura primordiale, pura, indomita: le aveva rivolto la parola, aveva tentato di baciarla, chissà, magari ci aveva anche fatto l’amore. Ma poi, tornato nella sua camera, desideroso di eternare l’avvenimento, non aveva saputo resistere alla tentazione di nobilitare il sentimento provato poc’anzi, separandolo da ogni minima traccia di passione carnale e trasfigurando la selvaggia ragazza dei boschi nell’angelica, ultraterrena creatura di cui si legge nelle sue poesie. Così sono fatti i poeti.

2 risposte a “La casa Racconto di Marisa Salabelle”

  1. Ringrazio i lettori per la pazienza, visto che si tratta di un racconto un po’ lunghetto!

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