Erano sempre loro, quando capitava qualche guaio, e a un certo punto, dato che le cosiddette autorità non fanno nulla, mi son sentito in dovere di fare qualcosa io, che sono un cittadino responsabile, e di razza italiana pura, che ha amore per il suo paese. Come dice? Padroni a casa nostra, ma noi non lo siamo più da un pezzo. E anche la Lega, bah! Tante chiacchiere… espellere i clandestini, contrastare l’illegalità, proteggere le nostre donne… e le ronde… chi ne ha più sentito parlare delle ronde? Così me la sono fatta da me, la ronda, con alcuni amici fidati. Per prima cosa siamo andati a vedere dove stanno, questi rumeni. Li si vede sempre sbucare da una stradina, sempre a piedi, o su un motorino scarcassato, senza casco ovviamente, non sia mai detto che i rumeni si mettano il casco. Abbiamo perlustrato un po’ la zona, di giorno, quando loro sono a lavorare, ammesso che lavorino, qualche volta in un cantiere, qualche volta alle piante, o al mercato della frutta. Di sera no, di sera c’è da aver paura a girare da quelle parti, specialmente quand’è buio. Abbiamo visto certe baracche, certe vecchie roulottes, certe mercedes sgangherate, coi sedili pieni di plaid e cuscini, non ci si può credere, ma c’è gente che ci dorme, in quelle auto. E non era deserto il posto, c’era gente, ma si nascondevano vedendoci arrivare, donne e vecchi, sgattaiolavano via come animali, zingari, ecco cos’erano. Zingari rumeni, come dire, il massimo. Ma non l’aveva sgomberato, il sindaco, l’accampamento? Non li aveva mandati via, una buona volta? Così ha detto in televisione, al tg locale, e come se n’è vantato, abbiamo ripulito la zona, una vergogna da non tollerare, la sicurezza dei nostri cittadini, sempre quella benedetta sicurezza, se n’è riempito la bocca ben bene, e poi vai a vedere, e loro sono sempre lì, in quel che resta del campo, senza nemmeno la corrente e i gabinetti chimici che il sindaco giustamente ha fatto rimuovere. Proprio come le bestie, in mezzo ai topi e allo schifo, in mezzo alla puzza di escrementi. Abbiamo fatto una ricognizione e ce ne siamo andati, saremmo tornati attrezzati meglio, ora che conoscevamo il posto.
La cosa che mi ha fatto veramente incazzare è stata quando ho visto la Ghiga, la donna del Merlo, il mio più caro amico, compagno di tante avventure. Abitiamo vicino, io e il Merlo, fin da quando eravamo bambini, e la Ghiga sta due case più in là, il nostro è un piccolo mondo, ci conosciamo tutti, o meglio, ci conoscevamo tutti, fino a che non sono arrivati quei benedetti extracomunitari. Ci siamo rimasti giusto noi, nel quartiere, che ci siamo nati e ci abitiamo da sempre con le nostre famiglie, perché chi è che se ne va di qui, eh? Ci devono proprio mandar via, ci devono… Mi ricordo che da bambini si giocava in strada tutti insieme, e non c’era nulla da temere, il quartiere era tranquillo, c’era il giardinetto con gli scivoli e le altalene, c’era il campetto da calcio, ed eravamo tutti brava gente, e lo siamo ancora, che ci prendiamo cura gli uni degli altri. Così quando ho visto la Ghiga mi son sentito ribollire il sangue. Camminava per strada, tutta ciondoloni come se non si sentisse bene, con uno sciallettino che pareva mia nonna, le braccia intorno al corpo, le spalle curve, lo sguardo perso. Che cazzo, Ghiga, che t’è successo. Niente, non m’è successo niente, ma ti senti male, mi sento benissimo, e il Merlo che dice, niente, niente, e tu non gli dir niente, mi raccomando. A vederla in quello stato, la Ghiga, mi son venuti i brividi. Sarà che ci conosciamo fin da bambini, sarà che è la donna del Merlo, ma non la posso vedere, che sta male in quel modo. Non me la levavo di testa, che avrà fatto, che non avrà fatto, e mi son tornati in mente i due rumeni, sempre loro. Che gironzolavano intorno a casa della Ghiga, sbirciando attraverso le inferriate del cancello, casa della Ghiga è una villetta a due piani, sotto ci sta lei coi genitori, sopra una coppia di pensionati. Non avranno mica in mente una rapina, quei due, ricordo che avevo pensato. Ma dopo aver visto lei in quello stato, mi s’è affacciato alla mente un sospetto di quelli brutti. Non sarà mica che gli avevano messo gli occhi addosso, alla Ghiga, non l’avranno mica molestata, o magari, dio ne scampi, qualcos’altro? I rumeni, la propensione allo stupro, non son mica un pirla io, i giornali li leggo, la televisione la guardo, due più due fa quattro. Sono andato a trovarla a casa, quel pomeriggio. O Ghiga, mi devi dire che t’è successo. Io sono amico tuo, no? Mi devi dire tutto. Fammi vedere le braccia, levati un po’ quello scialle, chi è che ti ha fatto questi lividi? Sono stati loro, non è vero? Non dirmi bugie, ho visto come ti guardavano, le occhiate sghembe che ti lanciavano passando davanti a casa tua, che ci hanno fatto lo stradello, a furia di passare avanti e indietro. Ma no, mi fa lei, ma cosa vai a pensare, tu sei matto nella testa, mi va avanti così per un pezzo, ma non sono mica un pirla io, così vado a parlare col Merlo. Gli racconto tutto, gli dico i miei sospetti: il Merlo zitto, cupo, non fa parola. Be’, cosa facciamo. Come, cosa facciamo, dice lui. Non vorrai lasciare che diano noia alla tua donna, dico. Dico, si limitassero a guardarla. E’ una bella figliola, la Ghiga. Ma l’hanno importunata, chissà che le hanno detto, chissà che le hanno fatto, l’hanno menata, cristo! Ho visto io i lividi che ci ha sui bracci. E chissà che non le abbiano fatto dell’altro… lei non parla, Merlo, ma la cosa parla da sé. Son rumeni! Non vorrai che si lasci impunito un affronto del genere!
Il Merlo mi sembrava incerto, quasi non lo riconoscevo, non diceva nulla, mi son dovuto sbattere come un cristo per convincerlo a far qualcosa. Le ronde le dobbiamo fare noi, che il governo non ci dà soddisfazione, e anche Salvini, buono solo a fare il fenomeno sulla spiaggia, ma uno straniero che uno dalle nostre strade non c’è riuscito, a toglierlo, che ce n’è più che mai. Basta, è ora di farsi sentire. E così abbiamo deciso: si fa la spedizione. Io, lui, il Dodo, i fratelli Pescantin… altri tre o quattro li ho raccattati, e poi una sera siamo andati al campo. Che desolazione, che sporcizia, una puzza! C’è da chiedersi come faccia certa gente a vivere in quelle condizioni. Ma già, loro son come le bestie… Abbiamo portato le taniche. Un bel rogo purificatore… Con tutto quel ciarpame in giro, ha divampato che è una meraviglia. Via, ce ne siamo scappati, tutti a casa mia, in taverna, a festeggiare con qualche birrozza, e guai se mia madre s’azzardava a dir qualcosa.
Hai visto il casino che è successo? Chiede la Vero alla Ghiga, mentre sedute al tavolino del bar, in pausa pranzo, si prendono un caffè, prima di rientrare al lavoro. La Vero è commessa in un negozio di abbigliamento, i padroni sono cinesi, la Vero non li può vedere. La Ghiga sta al tabacchino, vende sigarette con la scritta “Il fumo nuoce gravemente alla salute”. Per far dispetto a quella sentenza ipocrita si accende una sigaretta. E’ ancora tutta ammaccata, il Merlo gliele ha suonate ben bene, questa volta. E tutto per una minigonna un po’ troppo corta, il Merlo è geloso della sua donna e la mena se si mette in mostra, non vuole che sembri una troia, non vuole rossetto né ombretto o mascara, tutte quelle porcherie sul viso, al massimo le concede un po’ di fard e il lucidalabbra; non vuole stivaloni a mezza coscia né short né gonne corte e lei lo sa, ma quella lì, di jeans coi brillantini, vista al mercato, le era piaciuta troppo e l’ha comprata a venti euro, e se l’è messa, non ha saputo resistere, credeva che quel giorno il Merlo non c’era e non la vedeva con le gambe scoperte. Ho visto, sì, risponde, e sbuffa il fumo sporgendo il labbro inferiore. Ha visto, o per meglio dire ha saputo, dell’incendio al campo rom e di quella bambina di otto anni che si è ustionata gravemente e ora è all’ospedale e sta tra la vita e la morte. Ha saputo che sono stati fermati il Pelle, il Dodo, i fratelli Pescantin, e quell’idiota del Merlo, naturalmente. Chissà che si credevano, i giustizieri della notte… E il perché, l’hai capito? Voglio dire, perché, oltre al fatto che sono dei fuori di testa e che i rom qui non li sopporta nessuno? Non lo sai? fa la Vero. L’hanno fatto per te. Come, per me. Per vendicarti. Vendicarmi di cosa. Che quei rumeni, quei due fratelli che girano qui intorno, t’avevano dato noia. Cazzo dici, Vero, quei due rumeni li ho visti sì e no qui nel quartiere, mai rivolto la parola, e loro di certo non m’hanno mai dato noia. Come, non sono loro che ti hanno picchiato? Gira voce che t’hanno anche violentato… Violentato? Ma che siete impazziti, tutti quanti? I rumeni non m’hanno mai toccato. E se c’è qualcuno che mena… Cioè? chiede la Vero. Lascia perdere, va’, fa la Ghiga. Torniamo a lavorare, che è meglio.





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