Che sia l’amore tutto ciò che esiste
È ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
Emily Dickinson
Ho una voglia così estrema, estenuante, di smettere. Smettermi in lei. Vorrei lasciarla andare in un urlo che soffoco dentro. Perché non riesco a lasciarla andare? Perché? In un girotondo non richiesto sento intorno le parole di chi mi ama incalzare l’addio. Mi dicono: guardati. Guarda l’assenza sul tuo viso. Il tuo malessere. Si è cibata della tua leggerezza, del tuo sorriso. Lasciala. Lasciala. Lasciala andare via.
Parole che sono come un presentimento. Mentre digerisco la lista dei perché e trattengo il laccio che ho stretto intorno alla sua vita gracile. La metà della pagina è piena delle mancanze, delle voglie disattese, di tutte le cose che lei non mi dà. Non ha colpa, se non quella contenuta dal mio rimanere. Non si è mai professata diversa da quella che è, da quello che non può darmi. L’amore è il colera del nostro secolo.
Fuori dalla finestra non ci sono nuvole, né pioggia. Non ci vedremo neppure questa sera, disattendendo all’incontro come fosse una visita di cortesia da fare. Invochiamo la pioggia ed esultiamo quando copiosa riempie le strade servendo un alibi alle nostre voglie smezzate. Lo schema, l’abitudine dell’amore sono rotte, corrotte, anche questa volta. Queste parole sono parti del registro che usa quando parla di noi.
Previsto un terribile temporale, non riesco ad affrontare l’acqua per vederci. – mi dice
L’emicrania così forte che preferisco rimandare a domani così che io possa essere intera.
Il caldo. Il freddo. – sospira – Non è che pensi male? – sussurra appena terrorizzata che io possa replicare.
Sono un essere storto. Rotto.
Tu mi togli, vorrei dirle. Sei un doppio che sottrae, le batterei sul petto parole di cui però non ha colpa. Produci il sebo del vuoto dentro me, se lo dicessi sarei così odiosa. Ho provato ad amarti ma sei un abisso profondo dentro il quale mi sto perdendo.
Potrei certo dirle tutto questo, e altro ancora, ma mi interrogo su quali colpe lei abbia nei confronti del mio amore. Lei traduce le mie aspettative in disattese, perché sono io a volerlo. Di quante colpe ci macchiamo quando attribuiamo alla persona che pensiamo di amare i nostri vuoti? Sarebbe più semplice dare seguito all’addio che alla colpa. Eppure non riusciamo costruendo come operosi uccelli il nido della dipendenza amorosa, della disper-azione, che in realtà non agisce, ma attende.
Danno dentro il tuo non amore. Danno come dannazione, come dannata sia io che continuo a venirti addosso, a tirarti a me e allontanarti. Tu sei vittima di questo andirivieni avvilito. Me ne accorgo solo adesso, mentre ripasso a memoria le ragioni del mio esserti distante, ogni giorno un po’ di più. Del mio imboccare l’angolo per seminarti e disseminarti altrove da me.
Sento colpe che mi riportano al passato prima di te. Non hai colpa, se rimpiango tutto l’amore del mondo che ho negato, rinnegato e lasciato. Rimpiango la casa che ho abbandonato. Rimpiango il mio tempo in Emme, il suo amore puro svezzato su tutti i miei difetti. Il suo sguardo carico di amore anche nelle tempeste. Tu non hai colpa. Io non ho colpa.
Forse, attraverso te ritornerò a lei (?!).
A questo sarai servita?
Devo svestirmi del tuo dolore del mondo. Dei tuoi domani. Delle tue attese. Della tua mancanza di entusiasmo.
Non voglio più aspettarti. Stanotte lascio la mano e mi perdono.
Ti lascio la mano, dito dopo dita. Dite. Ti dirò ad-dio.
“Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
[…]
Fui tua, fosti mia. Cos’altro? Insieme facemmo
un angolo di strada dove l’amore passò.
Fui tua, fosti mia. Tu sarai di colei che t’amerà,
di colei che taglierà nel tuo orto ciò che io ho seminato.
Me ne vado. Son triste: ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
Dal tuo cuore mi dice addio un bimbo.
Ed io gli dico addio.”
(Pablo Neruda – Farewell 1923, in Crepuscolario)
E quando avverrà, non ci sarà più forma in me per il tuo ritorno.
[Qualche notte dopo. Novenovembreduemilaventitreè. Aggiornamento dal pianeta dell’insonnia. In realtà sto lavorando. Sono scivolata dentro il lavoro, è il balsamo per i miei pensieri nomadi che imparano l’assenza. Rispolvero il registro della distrazione, quella che avevo riposto nel cassetto proprio con te. Piano, a bassa voce. Bassissima. E se mi fossi innamorata di te? E se ti accorgessi troppo tardi che mi ami? E se le paure di cui mi parli fossero vere? Tutti hanno una risposta a queste domande su di te, su di me. Hai ragione quando dici che non hanno diritto. Ma vanno diritto al cuore, quando mi dicono di me… di te… A chi dovrei credere? Alla tua ambiguità? Sono vicina alla porta. Non so quanto resisterò, ma sono stanca. Ti dico: sono stanca. Poi aggiungo: il lavoro. Sono già alla porta a ogni tua risposta cruda e crudele. A ogni tua disattenzione. A ogni tuo silenzio. Io vado… ti dico. Ma la mia voce non ti raggiunge. E come con le altre non mi crederai finché lo strappo sarà definitivo.]
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