Anatomia di un mostro, di Elia Bonci, è un libro che indubbiamente colpisce. Colpisce per la nettezza delle posizioni che esprime, per la sicurezza con cui le sostiene, per il lessico innovativo che usa. Elia Bonci è una persona transgender: un mostro, si autodefinisce fin dalle prime pagine. Utilizza volutamente e consapevolmente questa parola per indicare la peculiarità del corpo trans, l’atteggiamento negativo e lo stigma di cui è circondato e la forza che questo corpo possiede quando lotta per la sua affermazione. Le persone transgender sono persone mostrificate, nella nostra società: il loro corpo non è conforme, le loro pretese sono assurde, vorrebbero essere considerate persone come le altre, con caratteristiche proprie, ma incappano nella discriminazione più o meno palese. La società si sente minacciata da queste  persone che sfuggono alla classificazione e pretendono di essere altro; a malapena sono tollerate se si conformano a un certo standard pensato per loro: se le persone transgender si sottopongono a cure e interventi chirurgici per rientrare in un preciso modello, se se ne stanno zitte e buone senza turbare gli animi sensibili, ovvero se diventano oggetto di curiosità e piacere da parte di quegli stessi perbenisti che le disprezzano pubblicamente, ecco, in questi casi si può chiudere un occhio sulla loro esistenza, ma che per favore non pretendano di esistere come corpi non conformi, come persone che hanno il diritto di vivere la loro vita e di essere riconosciute per ciò che sono.

Attraverso un linguaggio creativo e ricco di neologismi Elia Bonci smaschera il pregiudizio che avvolge le persone transgender: la loro condizione è la mostruositrans, la bestialitrans; tramite il paragone con la creatura di Frankenstein, con le streghe perseguitate e arse al rogo, con gli animali non umani a loro volta oggetto di disprezzo, come insetti e scarafaggi, o sfruttati e negati nei loro diritti come gli animali da allevamento, sono messi in evidenza i diversi modi in cui subiscono discriminazione e vengono emarginate.

«Riappropriarci di termini come mostro e bestia», dice Bonci, «diventa allora un atto di resistenza politica e culturale che come soggettività non conformi dobbiamo rivendicare.» Sì, perché affermarsi nella propria identità “mostruosa” non è soltanto un gesto individuale, ma un atto politico. «Un corpo che rompe gli schemi, o che forse li ridisegna per un mondo più giusto, un corpo che esiste e che in quanto tale ha diritto a stare al mondo con pari dignità di qualsiasi altro corpo. Un corpo che insegna cos’è la resistenza, la pazienza, la forza e l’amore. Il mio corpo è politico, certo, ma lo è diventato solo quando ho capito la forza che si porta addosso semplicemente attraversando certi spazi.» Il ringhio, quel verso che la bestia fa quando si sente minacciata, diventa così la voce della creatura mostruosa, bestiale, l’espressione di una rabbia che da distruttiva si fa costruttiva, capace di contrastare l’oppressione subita. «Ringhiamo perché abbiamo scelto di non morire più in silenzio. […] E con ogni ringhio, ci riprendiamo un pezzo di mondo.»

4 risposte a “Anatomia di un mostro, di Elia Bonci (D editore, 2025). Recensione di Marisa Salabelle”

  1. […] Anatomia di un mostro, di Elia Bonci (D editore, 2025). Recensione di Marisa Salabelle […]

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  2. Come avevo scritto sul tuo blog, è un libro interessante che affronta in maniera interessante la tematica transgender e come è vista dalle persone oggi, come qualcosa di diverso e mostruoso e la cosa mi rattrista parecchio, mi rattrista vedere questa discriminazione e odio verso persone che vorrebbero solo vivere la propria vita ed essere felici con sé stessi.

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    1. Però l’autor* rivendica con orgoglio la sua “mostruosità” che diventa trampolino di lancio per la sua battaglia di affermazione

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