Tra qualche giorno comincerà la Maturità 2026. E’ un periodo dell’anno denso di ricordi e con un portato emotivo generazionale particolare. C’è chi ha vissuto la maturità in un inizio d’estate bollente e avvolgente; chi ha avuto la fortuna di poter cercare nel labirinto della propria memoria, le nozioni più disparate, accompagnato da un clima gradevolmente fresco.

Ciò che unisce, tuttavia, gli studenti sono le corse finali interminabili per cercare di tenere a mente la più (in)utile delle nozioni spremendo le meningi nelle lunghe notti sui libri e/o dispense. Certo.. una volta al massimo ci si chiamava velocemente al telefono di casa, poi ci sono stati gli squilli ai primissimi cellulari.. gli sms fugaci..

Attualmente i ragazzi si accompagnano ai vari dispositivi AI oppure condividono l’ansia pre esame attraverso videochiamate interminabili in cui ripetono cose a caso, senza senso, nel mentre visualizzano TikTok passivamente.

Le generazioni quindi cambiano e insieme a loro, anche il modo di comunicare la propria ansia mentre questa (la suddetta ansia), persiste e resiste come il miglior revenant.

Oggi non voglio condividere un post sulle “migliori strategie per la gestione dell’ansia”, né mi interessa dire che “andrà tutto bene”.

La maturità è uno dei pochissimi riti di passaggio ancora esistenti nella nostra società occidentale.

Essere soli, per la prima volta, potendo contare solo sulla propria forza psichica e conoscenza, innanzi ad una commissione, ha un po’ la stessa funzione di quei riti in cui si lasciano da soli i ragazzi per una notte, in una foresta. Seppur meno pericoloso per il corpo (ho sentito qualcuno lamentarsi, dire che il paragone tra le due cose non è fattibile), il portato psichico è lo stesso: segnare il confine tra il prima e il dopo; tra la protezione e il mondo sicuro dell’adolescenza e quello che sarà da lì in poi, il mondo adulto.

Per chi, infatti, continuerà con gli studi si apre un mondo fatto di scelte personali su quale facoltà intraprendere; si imparerà a prendere i mezzi per raggiungere magari facoltà lontane da casa (o ci si traferirà); si lavorerà per mantenersi gli studi.

Chi invece deciderà di immettersi direttamente nel mondo del lavoro, avrà innanzi enormi difficoltà su cui, per ora, non mi dilungo.

Probabilmente per molti l’approfondimento odierno risulterà una stucchevole stasi sul nulla: ” questi ragazzi sono incapaci! quale difficoltà potrà mai essere un esame di stato! poi adesso è tutto più semplice.. ai miei tempi.. invece..

Quando, invece, siamo nel bel mezzo di una transizione evolutiva, il nostro cervello sperimenta ciò che prende il nome di ansia da separazione e prestazione. Non sono tanto le domande di inglese o matematica a spaventare (non solo quelle, almeno), ma la possibilità che diviene sempre più certezza, di perdere il proprio gruppo dei pari, la routine rassicurante della scuola, l’identità di studente per diventare qualcosa che ancora non si conosce.

E’ una crisi a tutti gli effetti che spesso si allunga sulle matricole che trovano una estrema difficoltà a fare quel passaggio evolutivo necessario, andando incontro, successivamente, a difficoltà nella comprensione e/o gestione del mondo accademico.

Questa tempesta emotiva non ha una data di scadenza. Cambiano i programmi ministeriali, le tracce o il numero delle prove. Ma la paura mista ad emozione, speranza e ingenuità resta sempre la stessa.

Dico sempre ai “miei ragazzi”, che la maturità è quasi sempre la prima grande delusione accademica e questo non per scoraggiarli o metterli in strani stati di allerta, ma per normalizzare quello che di lì a poco accadrà.

I professori (che conosco molto bene, essendo dei pazienti sempre molto presenti nella stanza dei colloqui), sono umani, quindi hanno preferenze e antipatie: commettono errori. In quanto umani ce ne sono di simpatici e antipatici; di comprensivi e di isterici.

Il voto alle prove e quello finale, quindi, essendo il risultato di freddi calcoli decisi negli anni precedenti non qualifica né quantifica l’esperienza umana.

L’essere umano è molto oltre un cut-off di riferimento.

Ora vi chiedo: che ricordi avete del vostro esame di stato? Mi piacerebbe fare un ponte di esperienze; quell’asse comunicativo che spesso manca tra le generazioni.

Raccontatemi i vostri ricordi, le sensazioni: ricordate ancora com’è andato l’esame e quanta paura/timore avevate?

Per quanto concerne il mio esame di stato.. posso dirvi che tutto cominciò con un libro di storia tirato, a mezzanotte, sotto il frigorifero.

Eppure: sono qui.

Maturandi siate voi stessi, al di là del risultato, poiché non c’è crescita migliore (e gioia) che non sia portare il proprio sé a testa alta a spasso per il mondo.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

2 risposte a “Il rito di passaggio che spaventa: cosa ricordi della tua Maturità? by Giusy Di Maio”

  1. Grazie per la condivisione!

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