Divieto di protestare, di Annalisa Camilli (Einaudi, 2026)

Annalisa Camilli, nota giornalista di Internazionale, analizza in questo saggio una serie di episodi recenti avvenuti in Italia e fuori dall’Italia, in cui il diritto di protestare è stato negato e la repressione si è accanita contro manifestanti perlopiù pacifici e disarmati. Parla anche delle nuove leggi che nel nostro paese stanno erodendo la libertà di pensiero e di manifestazione: ciò avviene anche in molti altri paesi, dove, come da noi, gli spazi democratici si stanno restringendo sempre più.

Si parte dalle manifestazioni studentesche per Gaza, nate spontaneamente fin dai primi mesi del 2024, in Italia, negli Stati Uniti (già prima che si installasse la presidenza Trump) e in altri paesi europei. Queste manifestazioni furono stroncate con durezza. In Italia, spiega l’autrice, da molti anni l’attenzione dei governi (anche di quelli di unità nazionale e degli ultimi governi di un cosiddetto centrosinistra) si è concentrata sulla sicurezza, seguendo e assecondando il disagio che una parte della popolazione manifestava nei confronti degli immigrati. Invece di organizzare al meglio l’accoglienza e l’integrazione delle persone migranti, delle quali il nostro paese, come tutti i paesi ricchi e anziani come il nostro, ha disperatamente bisogno, chi ha governato negli ultimi venticinque anni ha puntato tutto sulla paura, sulla repressione e su un’ossessiva legislazione sempre più dura. Niente di tutto ciò ha “risolto” il problema, così come non lo risolveranno slogan come “porti chiusi” e “remigrazione”: le stesse persone che proclamano queste trite parole d’ordine lo sanno bene. Senza i lavoratori e le lavoratrici immigrate l’economia del nostro paese, come di molti altri, collasserebbe. Però è facile buttare in faccia ai cittadini, turbati da qualche episodio (tranquillamente punibile con leggi ordinarie) e spaventati dalla presenza di persone “diverse” in un contesto che hanno sempre considerato proprio, paroloni e azioni dimostrative che coniugano crudeltà e inefficienza.

Le leggi sicurezza non sono rivolte tuttavia solo verso gli immigrati ma colpiscono molte categorie di persone, colpiscono soprattutto il dissenso, considerato come una turbativa all’interno di una società che altrimenti sarebbe serena e concorde. Il dissenso in realtà è fondamentale in una democrazia,  è il modo in cui si può esprimere il conflitto, che sempre esiste tra interessi diversi: è impensabile che tutti gli elementi di una società si possano trovare d’amore e d’accordo perché gli interessi divergono. L’imprenditore vorrà fare il massimo profitto, il lavoratore vorrà una paga adeguata e condizioni di vita decorose, lo Stato vorrà risparmiare sulle spese e i cittadini vorranno scuole funzionali, sanità garantita per tutti, strade ben tenute… Protestare, dissentire, non è un crimine, anzi è un diritto, è il sale della democrazia, ma nelle nostre cosiddette democrazie, che iniziano a non essere più tali, questo diritto viene sempre meno garantito.

Il dominio e il dissenso, di Donatella Di Cesare (Feltrinelli, 2026)

In questo breve saggio la filosofa Donatella Di Cesare affronta il tema del dissenso in democrazia. Il dissenso non è la semplice contestazione o protesta, non è un’opinione: il dissenso è una componente essenziale della democrazia, è la presa di parola di chi è ai margini, di chi è escluso o negato da parte di chi governa. In certe società, passate e anche presenti, il dissenso viene represso con durezza. Nelle nostre società che reputiamo democratiche il dissenso è permesso ma la sua voce si confonde nella ridondanza delle voci, ha vita breve e viene subito dimenticato nel calderone delle continue informazioni, viene ignorato o viene stigmatizzato. Chi dissente non è dalla parte della nazione, di una società che viene falsamente reclamizzata come unita verso obiettivi comuni. Prosperità, benessere, vita serena interessano a tutti, quindi tutti devono “remare” nella stessa direzione: chi rema contro non agisce nell’interesse della collettività. Questa narrazione è chiaramente falsa, poiché in qualunque società si contrappongono interessi diversi e contrastanti: il conflitto è connaturato a qualsiasi forma sociale, il dissenso è indispensabile, perché se lo si reprime, in forma violenta come anche in forma soft, ci saranno fasce della popolazione che non avranno rappresentanza.

Una volta erano gruppi organizzati che davano voce al dissenso: partiti, sindacati, associazioni. Nella società attuale però questi elementi sono sempre meno presenti e il dissenso non è più affidato a loro, ma si accende spontaneamente, spesso emotivamente, in seguito a eventi occasionali. Questo tipo di dissenso può riempire le piazze o portare grandi masse a votare, però come si è acceso può spegnersi, perché manca un soggetto aggregatore che lo incanali e lo indirizzi. Oggi, quindi, il dissenso è episodico, si annida nelle crepe della narrazione dominante, esplode in brevi fiammate, continua a serpeggiare sotto la superficie: è debole, disorganizzato, raramente produce effetti. E tuttavia rimane prezioso, mantiene aperto uno spazio, pone un argine alla rassegnazione.

Una risposta a “Due libri sull’importanza del dissenso. Articolo di Marisa Salabelle”

  1. […] Due libri sull’importanza del dissenso. Articolo di Marisa Salabelle […]

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