“Le prostitute sul secondo ponte erano disperate, si sistemavano le unghie, si pettinavano, sdraiate al sole come lucertole. Gli studenti scendevano dal primo ponte, si aggiravano intorno alle donne e finivano per chiacchierare, fraternizzare.” (p. 227, Jorge Amado, I vecchi marinai)
Chiacchierare! Questa espressione è davvero pre-tecnologica. Agli uomini di un tempo veniva detto che dovevamo essere abili conversatori, avere un modo di approcciare le donne che le tenesse interessate. E da giovani, o si nasceva con la parlantina sciolta o non la si aveva. Se togliamo il 10% degli uomini belli, ci rimane quel restante 90% che si tormenta per “essere bravo a chiacchierare”.
Ma se non ce l’hai, puzza di bruciato. Oggi ho finito il mio corso di catalano, circa quattro ore a settimana.
In cosa consisteva? Una volta stabiliti i requisiti grammaticali, l’insegnante ci faceva alzare e scegliere a caso un compagno di classe, senza ripetere la scelta: “per chiacchierare” (ovvero, per esercitarci nella conversazione). Ho passato tre mesi a chiacchierare, a parte i compiti e l’esame.
È stata un’esperienza affascinante! Alla fine si arriva a conoscere tutti e 15 i compagni di classe (provenienti da Brasile, Polonia, Ucraina, Argentina, Uruguay, Colombia e Russia), e si ha un profilo di una persona di circa 30 anni, di cui si conosce praticamente tutta la vita. Da dove viene, perché è lì, chi è la sua famiglia, quali sono le differenze rispetto al suo paese d’origine, se tornerà, cosa cucina, quali canzoni le piacciono, come amano lì, come amiamo noi qui, e mille altri argomenti. (1)
Questa civiltà, che presto abbandonerà questo modo di apprendere le lingue e in futuro sarà online, perderà questa ricchezza di sfumature, di silenzi, di fusioni, di reti spirituali.
Se qualcuno mi chiede: “A cosa serve studiare una lingua?”,
Risponderò: a dare un filo conduttore e a guardare il mondo degli altri.
Nota:
(1)E… la differenza tra “sentir” e “ascoltar”, che si usa molto in catalano.
(2)In catalano, sentir e escoltar sono due verbi distinti che non vanno confusi. La differenza principale sta nell’intenzionalità e nell’attenzione. [1, 2, 3]
- Sentir significa percepire un suono in modo involontario, semplicemente perché l’orecchio funziona (corrisponde all’italiano sentire o udire).
- Escoltar è un’azione volontaria, che richiede attenzione attiva e concentrazione (corrisponde all’italiano ascoltare). [1, 2, 3]
La distinzione si articola così:
- Sentir (italiano: sentire / udire)
Si usa per i suoni che arrivano alle nostre orecchie senza che noi lo cerchiamo o ci concentriamo, come un rumore improvviso.
Esempio: «Puc sentir el soroll dels cotxes des de la meva finestra» (Posso sentire il rumore delle macchine dalla mia finestra). [1, 2] - Escoltar (italiano: ascoltare)
Si usa quando prestiamo attenzione a qualcosa o qualcuno, come una conversazione, una lezione o una canzone.
Esempio: «M’agrada escoltar música» (Mi piace ascoltare la musica). [1, 2]
La regola pratica è la stessa dell’italiano: se l’azione è involontaria usi sentir. Se ti metti d’impegno per prestare orecchio, usi escoltar. [1]





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