
Per i gradini sbeccati di una chiesa
i viali fatti d’alberi e ombra, e gli orifizi
celati nei portoni di cento e più palazzi.
Fu lì che conoscemmo le rose nei capelli
i nomi dati in guerra alle madri ancora vive.
Fu lì che ci sposammo e crescemmo figli
e cuore, tenendo tra le mani le spume della sera
quell’umido d’autunno che avremmo poi pagato.
Ed eravamo libri da scrivere, innocenti
parole che vedevano lungo: torri e mare
noi abituati al sonno dei treni sui binari.
Adesso, quando tira del vento, risuoniamo.
Svuotati un po’ dell’acqua d’un tempo
ci aggrappiamo, al nudo d’un cancello
all’arbusto di una siepe; più bianchi della neve
che mangiavamo, ingenui, credendola
farina per poveri dal cielo.




Lascia un commento