Le magiche avventure di Campodimiele – L’esilio di Silvio Sallicandro
Leggere “Le magiche avventure di Campodimiele – L’esilio” di Silvio Sallicandro significa entrare in un universo apparentemente minuto per scoprire, progressivamente, che dentro la misura di un prato può essere contenuta la misura dell’intero mondo.
È questo, forse, il primo elemento ermeneutico dal quale partire: la sproporzione tra la piccolezza dei protagonisti e la vastità delle domande che il racconto pone.
Coccinelle, grilli, formiche, afidi e altre creature diventano così figure di un’umanità trasfigurata. Il piccolo non è più ciò che conta meno: diviene, al contrario, il luogo privilegiato dal quale osservare il grande. Campodimiele è un microcosmo e, proprio per questo, un cosmo in miniatura nel quale si riflettono le nostre paure, le nostre ambizioni, le nostre fragilità e soprattutto il rapporto, ormai problematico, tra l’uomo e la natura.
Pubblicato da Delta 3 Edizioni nella collana “Il colore del grano”, il volume si avvale della prefazione di Leonardo Acone e delle illustrazioni di Angelica Graziosi. Ma il vero spazio nel quale il libro chiede di essere interpretato è quello che si apre tra la fiaba e la realtà: uno spazio nel quale il lettore è chiamato non soltanto a comprendere una storia, ma a riconoscersi dentro di essa.
Il prato come mondo
Campodimiele è un luogo protetto da dodici torri. Già questo elemento suggerisce una lettura simbolica.
Il borgo è una comunità delimitata, custodita, riconoscibile. È una casa. E la casa, nell’immaginario umano, non è semplicemente uno spazio fisico: è appartenenza, memoria, identità.
Nel momento in cui Campodimiele viene minacciata, dunque, non viene distrutto soltanto un habitat. Viene messa in discussione una forma dell’abitare.
La domanda che attraversa silenziosamente il racconto potrebbe allora essere formulata così: che cosa significa abitare un luogo?
Abitare non significa soltanto occuparlo. Significa custodirlo, riconoscerne i ritmi, accettare la relazione con ciò che lo compone.
La comunità di Campodimiele vive secondo questa logica relazionale. I suoi abitanti sono diversi, ma interdipendenti. Il loro destino individuale è inseparabile da quello collettivo.
È qui che la fiaba assume una dimensione filosofica.
L’esilio: perdere un luogo o perdere sé stessi?
Il titolo contiene la parola decisiva: esilio.
L’esilio, nella storia dell’umanità, non è mai soltanto uno spostamento geografico. È una frattura. Significa essere separati da una terra, da una memoria, da una genealogia, da un sistema di appartenenze.
Nel racconto di Sallicandro, l’esilio nasce dalla violenza esercitata sull’ambiente. La comunità è costretta a partire perché il proprio mondo non è più abitabile.
Ma proprio qui il testo sembra suggerire un’interpretazione più radicale: l’esilio della comunità di Campodimiele è anche l’esilio dell’uomo contemporaneo dalla natura.
Abbiamo costruito una distanza tra noi e ciò che ci sostiene. Abbiamo trasformato la terra in superficie produttiva, il paesaggio in risorsa, gli esseri viventi in elementi funzionali a un sistema.
L’esilio, dunque, è già cominciato prima della partenza.
È iniziato nel momento in cui abbiamo smesso di sentirci parte del mondo naturale.
Il veleno e la perdita del senso
Nel conflitto narrativo tra la comunità di Campodimiele e le forze della sopraffazione, il veleno agricolo assume una funzione che supera il dato realistico.
Il veleno è una metafora.
È ciò che contamina non soltanto la terra, ma la relazione.
Mike “lo Spaccone”, con la sua arroganza e la sua fiducia cieca nella potenza degli strumenti, rappresenta una modernità privata del senso del limite. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il suo uso quando essa smette di essere strumento e diventa criterio assoluto.
Il drone, in questa prospettiva, può essere letto come simbolo di uno sguardo che osserva dall’alto senza più vedere davvero.
E forse è proprio questa una delle contraddizioni più profonde della contemporaneità: possiamo vedere tutto e comprendere sempre meno.
La coccinella e la pedagogia della cura
Di fronte alla logica della forza, Sallicandro pone la logica della cura.
La coccinella Mariolina, il grillo Olli, Settimina, Filomena: figure differenti, ma accomunate dalla capacità di prendersi cura dell’altro e del proprio ambiente.
La loro intelligenza non è quella del dominio, bensì quella della relazione.
È una differenza decisiva.
Il libro sembra suggerire che la salvezza non possa essere affidata all’eroe solitario. Nessuno salva Campodimiele da solo. La sopravvivenza passa attraverso la comunità.
In questo senso, la fiaba possiede una precisa valenza pedagogica: insegna che l’identità non è isolamento, ma relazione.
Le foglie di fico: quando la fragilità diventa forza
Tra le immagini più suggestive del racconto vi è quella delle zattere costruite con le foglie di fico.
È un’immagine che merita di essere fermata.
Una foglia è fragile. Una zattera deve invece sostenere un viaggio, attraversare l’acqua, portare qualcuno verso la salvezza.
La trasformazione della foglia in imbarcazione diventa così una potente metafora: ciò che appare fragile può diventare strumento di resistenza quando viene messo in relazione con altre fragilità.
Ancora una volta, la salvezza nasce dalla cooperazione.
E la fiaba ci consegna una lezione che vale ben oltre il mondo infantile: non sempre è necessario diventare più forti per sopravvivere; talvolta occorre imparare a essere insieme.
Ùtopia: il luogo che non esiste e che deve esistere
L’approdo nella città di Ùtopia apre un’altra soglia interpretativa.
L’utopia è, per definizione, il luogo che non c’è. Ma nella storia del pensiero l’utopia non coincide necessariamente con l’impossibile. Può rappresentare piuttosto la capacità dell’uomo di immaginare una realtà diversa da quella presente.
Dopo la distruzione di Campodimiele, Ùtopia diventa allora il luogo della possibilità.
Non è semplicemente una destinazione geografica. È un orizzonte etico.
Il viaggio dei protagonisti acquista così una struttura quasi archetipica: perdita, separazione, attraversamento, approdo e rinascita.
Il movimento esterno corrisponde a un movimento interiore.
I protagonisti non sono più quelli che erano prima dell’esilio.
Hanno perduto una casa, ma hanno acquisito una consapevolezza.
Una fiaba che interpreta il nostro tempo
È qui che Campodimiele rivela la sua natura più profonda.
Sallicandro utilizza la struttura della favola per affrontare questioni che appartengono alla nostra contemporaneità: la crisi ecologica, la perdita degli habitat, la sopraffazione, il rapporto distorto con la tecnologia, la migrazione, la necessità della solidarietà.
Ma il libro non si limita a denunciare.
Interpreta.
E interpretare significa offrire al lettore la possibilità di attribuire un senso alla crisi.
In questo senso, la fiaba dialoga con una lunga tradizione letteraria nella quale il mondo animale diventa specchio dell’umano, da Esopo a Fedro, fino alla modernità di Rodari e alla dimensione simbolica di Saint-Exupéry.
Ma Sallicandro compie un passo ulteriore: porta il lettore dentro una questione profondamente attuale, quella dell’abitare la Terra senza distruggerla.
Il bambino e l’adulto davanti allo stesso racconto
Il valore dell’opera risiede anche nella sua doppia destinazione.
Il bambino può leggere Campodimiele come un’avventura.
L’adulto può leggerlo come una metafora.
Ma la vera riuscita del libro consiste nel fatto che queste due letture non si escludono.
Anzi, si alimentano reciprocamente.
Il bambino incontra il mondo attraverso la meraviglia; l’adulto è chiamato a ritrovare quella stessa meraviglia perduta.
E qui emerge una delle funzioni più alte della letteratura per l’infanzia: non spiegare il mondo ai bambini, ma ricordare agli adulti che il mondo può ancora essere guardato con stupore.
La fiaba come luogo della speranza
Alla fine, L’esilio non è soltanto una storia sulla perdita.
È una storia sulla possibilità.
La possibilità di ricostruire una comunità, di ritrovare una relazione con la natura, di trasformare la fuga in viaggio e la sconfitta in apertura verso il futuro.
La speranza, nel libro di Sallicandro, non è un sentimento astratto. È una pratica.
Si costruisce attraverso gesti concreti: proteggere, condividere, cooperare, accogliere.
Ed è forse questa la più importante chiave ermeneutica dell’opera.
Campodimiele ci parla della natura perché, in realtà, ci parla dell’uomo. Ci parla dell’esilio perché ci interroga sull’appartenenza. Ci parla di una comunità di piccoli esseri viventi perché ci ricorda che nessuno è davvero piccolo quando custodisce qualcosa di grande.
La fiaba diventa così una forma di conoscenza.
E il suo messaggio più profondo potrebbe essere racchiuso proprio nell’idea che attraversa l’intero racconto: quando una comunità perde la propria terra, può ancora ritrovare sé stessa se conserva la memoria, la solidarietà e la capacità di immaginare un luogo diverso.
Forse è questo il significato ultimo di Ùtopia: non un luogo già esistente, ma un luogo che comincia a esistere nel momento stesso in cui qualcuno trova ancora la forza di immaginarlo.
Rosa Bianco





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