La seconda parte sarà pubblicata domani (nota della redazione).
Dopo aver vissuto per quasi quarant’anni a Roma — una *città aperta* — e averle dedicato alcuni libri nel corso degli anni, ho sentito il desiderio di affrontare quest’opera da una prospettiva diversa da quella solitamente adottata quando si contempla una città straordinaria come Roma. Mi sono dunque calato nei panni del pellegrino-viaggiatore per il quale “nel vagare per la terra, l’archetipo è il pellegrinaggio, e l’archetipo del pellegrinaggio è l’estasi”. O, più semplicemente, in quelli dell’attento amante dell’arte (che talvolta è certamente colto dall’estasi) al cospetto di una serie di opere d’arte — forse trascendentali — che incarnano un insieme di simboli. Simboli che, a prescindere dalla loro realtà oggettiva, fanno parte di quel tessuto religioso, mitico, tradizionale o poetico-artistico descritto così efficacemente dallo studioso di religioni I. P. Culianu — brillante allievo di Mircea Eliade, la cui vita fu tragicamente interrotta. Lo stesso concetto è stato trattato anche da un altro grande studioso, seppur raramente citato: Elémire Zolla, anch’egli romano d’adozione (come il brillante gesuita e storico della cultura Miquel Batllori), il quale osservava che tali “visioni” di opere d’arte trascendentali rientravano nella “fede in un sistema di metafore”.
Qui, la trascendenza o la spiritualità vengono intese come la capacità o la facoltà di vedere (o leggere) — attraverso i simboli — rappresentazioni artistiche autenticamente trascendenti. Tuttavia, può accadere — come avviene oggi, e come dimostra efficacemente il filosofo della religione Amador Vega nelle sue quattro lezioni sull’estetica apofatica — di non riuscire a distinguere “il sacro celato nel profano”. Ciò è particolarmente vero nel caso di culture considerate insignificanti da quelle egemoni: un fenomeno di cui la storia offre innumerevoli esempi. Un viaggio ctonio
Per giustificare l’approccio particolare menzionato in apertura, è parso opportuno intraprendere questo breve viaggio nella Roma sotterranea: una città poco conosciuta, ma capace di lasciare nell’intrepido pellegrino la certezza della sua imponenza.
Questa città sotterranea si rivela in tutta la sua grandezza ogni volta che ci imbattiamo in uno dei suoi accessi e — superando inevitabili e formidabili ostacoli logistici — ne varchiamo le soglie per entrare in una città viva, che si tratti di catacombe, cripte, affreschi, mitrei o mosaici. Roma ha ereditato l’immensa ricchezza spirituale che permeava l’atmosfera di questo regno ipogeo. Sebbene a prevalenza cristiana, questa città nascosta offre opere di bellezza mozzafiato legate a culti precristiani, accanto ad altre destinate a scopi puramente civili. Una caratteristica fondamentale da tenere a mente, scendendo in questo mondo d’ombre, è la sua natura di universo inesplorato – o, più precisamente, di cosmo solo parzialmente mappato. Pur avendo una chiara percezione delle dimensioni colossali di questa città dormiente, molti dei suoi edifici, delle strutture sepolte e degli straordinari segreti rimangono sconosciuti, gelosamente custoditi dai suoi ingressi nascosti. Gli itinerari qui proposti rappresentano dunque un primo passo – un invito – per i futuri estimatori della “Città dei Vivi” ad avventurarsi in questi suggestivi mondi sotterranei, dove il trascorrere del tempo si rivelerà un fedele alleato nel portare alla luce nuove e affascinanti scoperte. Infine, va osservato che, al di là degli ostacoli burocratici legati alla visita di alcuni di questi siti – alcuni dei quali richiedono permessi speciali rilasciati dalle autorità competenti (come la Soprintendenza, gli uffici comunali o prenotazioni telefoniche/online presso il museo o l’ente gestore dei tesori archeologici) – molti di essi soffrono degli stessi mali che affliggono alcuni dei loro omologhi in superficie: ovvero l’incuria, la carenza di personale specializzato per la conservazione, l’assenza di un piano prioritario di restauro e la mancanza di metodi per prevedere le specifiche forme di degrado che colpiscono i materiali impiegati nella loro costruzione. Tuttavia, nell’interesse di un’obiettiva verità, si è recentemente registrato un cambiamento significativo nell’approccio dell’amministrazione cittadina di fronte all’immensa e incredibilmente complessa sfida del restauro – un’impresa davvero erculea – che la Storia (con la S maiuscola) ha affidato a questa città straordinaria.
L’arte dei mitrei
L’arte, in ogni parte del mondo — forse in modo silenzioso e senza legami apparenti, trattandosi spesso di “fenomeni artistici” sorti in epoche e luoghi assai distanti tra loro — ha assunto gradualmente un carattere proprio (un’aura speciale e singolare) se osservata attraverso la lente di un’ermeneutica della trascendenza; si potrebbe anzi parlare di una qualità profondamente unitaria. Tale unità si manifesta, ad esempio, nel rapporto che si instaura tra l’Essere e il cosmo, o la Natura. Numerosi esempi di questo legame si riscontrano in diverse tradizioni culturali (o religiose): si pensi alle comunità primitive, ai Presocratici, ai Salmi, a un testo canonico come lo *Yogavasistharāmāyaṇa* o all’opera di alcuni artisti moderni e contemporanei, come opportunamente analizzato nel già citato studio del professor Vega.
Fin dall’antichità è esistito un culto particolare e misterioso dedicato al dio Mitra. Gli iniziati ai misteri lo riconoscevano nel Sole: il dio del Tempo infinito che dà origine a tutti gli esseri e li guida. Veniva raffigurato ora come un uomo con la testa di leone e un serpente avvolto attorno al corpo, ora come un eroe — talvolta un giovane con il berretto frigio — che afferra un toro per le corna con una mano mentre con l’altra impugna un coltello per sacrificarlo. Si narrava che il dio fosse nato da una roccia il 25 dicembre, giorno che segna la rinascita del sole — il “re degli astri” — dopo il solstizio d’inverno. Introdotto dalla Persia nella capitale e nel bacino del Mediterraneo dai legionari romani, il culto si trovò talvolta in conflitto con il cristianesimo.
Scoprire tracce di questo antico culto — nello specifico, i mitrei — nel cuore stesso di Roma suscita una vera sorpresa; una sorpresa che si accresce quando ci si rende conto che i loro imponenti custodi sono magnifiche chiese, come nel caso della Basilica di San Clemente. Vi si giunge facilmente lasciandosi alle spalle il Colosseo e percorrendo la strada nota come via di San Giovanni in Laterano. Si accede attraverso una piccola porta laterale. La basilica comprende due luoghi di culto cristiani — costruiti l’uno sopra l’altro — e un mitreo ben conservato. La chiesa inferiore, tra le più antiche di Roma, risale a circa il 385 d.C., mentre quella superiore è dell’XI secolo. Entrando nella chiesa superiore, si potrebbe inizialmente scambiarla per una struttura barocca; tuttavia, tale impressione muta rapidamente alla vista della maestosa *schola cantorum* (recinto del coro), che trasporta il visitatore nell’epoca medievale. Vicino all’altare sorge una piccola edicola a sesto acuto e, alla sua destra, si trova una cappella del XVI secolo che introduce il visitatore al Rinascimento romano. Di particolare interesse sono gli affreschi del XV secolo raffiguranti Santa Caterina d’Alessandria, situati nei pressi della piccola porta d’ingresso. Uscendo dalla chiesa si accede a un tranquillo portico medievale; qui, nascosto alla vista, si trova un portale in stile bizantino rivolto verso Piazza San Clemente — intitolata all’evangelizzatore dei Balcani — sebbene tale ingresso non sia più utilizzato come accesso principale al complesso.
Nella chiesa inferiore, subito oltre l’ingresso, la parete destra ospita il *Miracolo di San Clemente*, accanto a una curiosa lastra di pietra girevole che reca un’iscrizione pagana su un lato e una cristiana sull’altro. Proseguendo in questo ambiente silenzioso, si incontrano due affreschi dell’XI secolo nella navata centrale. Collocate sulla parete sinistra, queste opere si distinguono non solo per la loro bellezza, ma anche per aver subito interventi di restauro minimi, aspetto che ne accresce il valore intrinseco. L’intero complesso della basilica è curato meticolosamente dai Padri Domenicani irlandesi, responsabili del sito e dei continui scavi. Il primo affresco raffigura la leggenda di Sant’Alessio, una storia che godette di grande fama durante il Medioevo. Nato in una ricca famiglia patrizia romana, il giovane Alessio rifiutò una vita di lusso; il giorno delle nozze abbandonò tutto per vivere come eremita — e, secondo molte testimonianze, come stilita — nel deserto. Dopo anni di digiuno e penitenza, ormai emaciato e fisicamente irriconoscibile, Alessio, ormai adulto, decise di tornare a casa in incognito. Fu accolto come servitore e visse per diciassette anni dormendo sotto una modesta scala. La sua vita esemplare attirò l’attenzione pubblica e — forse presagendo l’imminente fine — rivelò la propria vera identità al Papa in una lettera, mentre attorno a lui cresceva un’aura di santità. Non si sbagliava: morì infatti pochi giorni dopo. Nell’affresco — che dobbiamo osservare a distanza a causa delle barriere di protezione, circostanza che ne accentua l’essenziale espressività — il Papa rivela la verità alla famiglia; ciò getta la promessa sposa nella disperazione, portandola a strapparsi i capelli dopo che la sua lunga e paziente attesa è andata delusa. Il secondo affresco illustra la leggenda di Sisinnio e presenta una delle prime testimonianze, ricca di colori, del volgare dell’epoca: l’italiano.
Lasciamo l’antica basilica e scendiamo dietro l’abside, verso il luogo in cui sorgevano due edifici affiancati. Il primo, costruito su una struttura preesistente — forse distrutta nel 64 d.C. in seguito al Grande Incendio di Roma — era l’abitazione originaria di Clemente. Il secondo era un mitreo del II secolo, ricavato probabilmente da quella che un tempo era un’*insula* (un condominio) romana. Un vicolo stretto e ben visibile li separa, rivelando il piano di calpestio dell’antica Roma, situato diversi metri al di sotto di quello della città moderna. Il mitreo è composto da tre ambienti: il *triclinium* (sala dei banchetti), l’atrio o *pronaos* (vestibolo) e una stanza forse utilizzata per l’iniziazione dei catecumeni. Lungo il percorso tra questi angusti passaggi, ci accompagna il suono potente di acqua scrosciante, che accentua l’atmosfera misteriosa del luogo. Il *triclinium* è di forma rettangolare ed è visibile attraverso una grata metallica. Colpiscono gli stucchi su pareti e volte, in alcuni punti straordinariamente ben conservati. Lungo i lati corrono delle panche; presumibilmente, qui sedevano gli iniziati per i loro banchetti rituali, parte fondamentale del culto. In fondo si trova il mitreo vero e proprio. I partecipanti a questi riti misterici praticavano il culto del taurobolio: il sacrificio rituale del toro compiuto dal dio Mitra per ordine di Apollo. In questa lotta — raffigurata nel bassorilievo sull’altare al centro del mitreo — Mitra era aiutato da un serpente e da un cane; tuttavia, uno scorpione che pungeva il ventre del toro faceva cadere gocce di sangue dell’animale, introducendo così il male nel mondo, poiché il toro era fonte di vita per ogni creatura. Ottenuta la vittoria, Mitra volgeva il capo — in una posa che ricorda Alessandro Magno — verso il corvo che aveva recato il messaggio di Apollo; sedeva poi a tavola con il dio e veniva assunto in cielo sul suo carro. Anche altre divinità, come Helios e Selene, partecipavano a questi banchetti rituali. L’atmosfera che si respira all’interno di un simile mitreo — idealmente nel silenzio (sia esso religioso o laico: due silenzi molto simili tra loro, pur se animati da correnti diverse) — è quella di una profonda “religiosità cosmica”. Potremmo quasi sperimentare — e più di un pellegrino è stato profondamente commosso nel vivere tali momenti e nel percepirli come qualcosa di trascendente — il modo in cui un mondo tradizionale (in cui gli eventi reali vengono compresi attraverso il loro significato simbolico) ha fatto presa su di noi; ci ritroviamo a praticare una forma di culto o un “rito cultuale” di cui la nostra ragione non sa fornire un “perché” definitivo, ma a cui la nostra voce interiore attribuisce un preciso “che cosa”.
Bio Valentí Goméz I Oliver

Valentí Gómez i Oliver (Barcellona, 25 novembre 1947) è un poeta, scrittore, saggista, traduttore e professore universitario spagnolo di lingua catalana, profondamente legato all’Italia, paese in cui risiede dal 1969.
Sintesi della sua biografia e carriera:
Formazione e trasferimento a Roma
- Studi: Si è laureato in Filosofia e Lettere presso l’Università di Barcellona. Successivamente si è trasferito a Roma, dove si è diplomato in cinema e televisione presso il prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia, studiando sotto la direzione del celebre regista Roberto Rossellini.
Carriera accademica
- Insegnamento: Dal 1969 ha lavorato come lettore di spagnolo e catalano in diversi atenei italiani (tra cui le università di Pescara e Catania).
- Professore universitario: Fino al suo pensionamento avvenuto nel 2003, è stato docente di Lingua e Letteratura Spagnola all’Università degli Studi “La Sapienza” e, successivamente, presso l’Università degli Studi Roma Tre (Dipartimento di Letterature Comparate).
Traiettoria letteraria e culturale
- Produzione letteraria: Ha pubblicato una quindicina di libri di poesia (tra cui Or verd e Retaule de Nova York), romanzi (come L’ull del faraó) e diversi saggi. Molte delle sue poesie sono state anche musicate da artisti come Miguel Poveda e Rosalía.
- Traduzione e critica: Ha svolto un’intensa attività come critico letterario per la stampa e ha tradotto in spagnolo e catalano grandi autori italiani, tra cui Pier Paolo Pasolini, Benvenuto Cellini e Gianrico Carofiglio.
- Impegno sociale: È stato cofondatore dell’associazione “Catalans a Roma” e fondatore dell’Osservatorio Europeo della Televisione Infantile (OETI).
Riconoscimenti
- Nel 2007 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo eccezionale contributo ai rapporti culturali tra l’Italia e la Catalogna.





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