Questo libro, che reca in copertina una litografia di Gilles Aillaud, raffigurante una cobe, ovvero una grande antilope africana, ha per sottotitolo Visita agli animali. L’autore ha raccolto un certo numero di voci, 55 per l’esattezza, ciascuna dedicata a una forma di vita: per la maggior parte (50) si tratta di animali ma ci sono anche due vegetali, due minerali e un paesaggio. I testi sono stati scritti in occasione di un viaggio in Kenya che l’autore fece nel 1988/89, accompagnando Aillaud, col progetto di realizzare una Encyclopédie de tous les animaux, y compris les minéraux, dove i disegni sarebbero stati fatti da Aillaud e i testi da Bailly. I cinquanta brevi testi sono ora raccolti in un poemetto in prosa intitolato L’oiseau Nyro, tradotto in italiano per Exorma da Matteo Martelli. Il volume contiene poi alcuni altri brevi testi e una postfazione di Fabrizio Scrivano.

L’approccio di Bailly alle creature, alle forme di vita che racconta, è caratterizzato dallo stupore, dal senso dell’alterità (l’animale, alcuni animali in particolare, quelli con cui riusciamo a incrociare fuggevolmente lo sguardo, ci appare assolutamente altro da noi, insondabile, inconoscibile) ma nello stesso tempo di appartenenza: non è, l’animale, natura cui contrapporre l’umano, ovvero la cultura, al contrario, siamo anche noi natura, vita, parte di un flusso. Il flusso della vita attraversa ogni regno, intendendo i tre classici regni animale, vegetale e minerale: anche le rocce e i sassi che ci appaiono statici e privi di vita sono in realtà fluidi, in movimento, seppure con tempi e modalità impercettibili da noi nell’arco della nostra breve vita. E addirittura la stessa espressione “forme di vita” appare all’autore inesatta, meglio sarebbe parlare di vite in forma, vite che si evolvono e mutano costantemente. Un esempio chiarissimo e affascinante di estrema fluidità della vita è costituito dalle murmurations, che non sono le “mormorazioni” ovvero le chiacchiere e i pettegolezzi come potremmo erroneamente pensare, ma sono le incredibili formazioni di migliaia e migliaia di storni che attraversano talvolta i nostri cieli, spesso nel tardo pomeriggio: tutti li abbiamo visti creare forme continuamente mutanti e tutti ci siamo chiesti quale sia la regia di uno spettacolo tanto affascinante. Un esempio invece di vita apparentemente ferma ma in realtà in movimento è dato dalle rocce, che si corrugano, si alzano, creano forme con una lentezza per noi impercettibile ma non per questo meno reale.

Riguardo ai ritratti di animali, potrei citarne alcuni, dall’ippopotamo al coccodrillo, al cercopiteco vivacissimo al babbuino sempre ingrugnito, all’elefante, all’elegantissima e incongrua giraffa. Ma lascio, a chi vorrà, il piacere della lettura.

Una risposta a “L’intimità perduta, di Jean-Christophe Bailly (Exorma, 2026). Recensione di Marisa Salabelle”

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