
Caro,
scrivo questa lettera per lanciarla oltre il tuo muro.
Ricordo quando non era ancora così alto, così invalicabile, e io cercavo di arrampicarmici sopra.
Per arrivare a te.
Mi vedevi arrivare con le mani ferite e le ginocchia sbucciate, ma non te ne accorgevi davvero.
Arrivavo vestita di rosso, di giallo, d’argento o di niente, e tu mi guardavi senza vedermi.
Ti parlavo di noi e tu annuivi, ma non ascoltavi.
E quando chiedevi: «Che c’è?», te ne andavi prima di sentire la risposta.
Sembravi cordiale, come può esserlo un portinaio o un parrucchiere.
Ma eri sempre altrove, arroccato dietro il muro della tua tranquillità.
Forse non ti eri nemmeno accorto di averlo costruito.
Forse non ti interessava saperlo.
Forse pensavi che fosse meglio non conoscere davvero, limitarsi alla superficie levigata delle cose, a un’esteriorità misurata e senza scosse.
Un’altra l’avrebbe accettato.
Un’altra da me.
Meno affamata di contatto con l’anima.
Una donna capace di dirsi serena: «Non mi fa mancare niente», persino il giorno prima di essere gettata via.




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