L’opera narrativa e saggistica di Angela Anzalone si presta a una lettura ermeneutica particolarmente feconda, poiché si colloca all’intersezione tra mito, memoria culturale, estetica ed etica della comunità. Tanto nel romanzo “Un amore senza fine. Kalliste, la bellissima” quanto nel volume “Diego Armando Maradona. Il Dio Delfico di Napoli”, emerge una medesima struttura simbolica, che configura la bellezza non come semplice categoria estetica, bensì come principio ontologico e dispositivo generatore di significati collettivi.

L’orizzonte interpretativo entro cui si muove l’autrice rinvia alla tradizione classica della kalokagathía, nella quale il bello e il bene costituiscono una sintesi inscindibile. In tale prospettiva, la bellezza non si esaurisce nella dimensione sensibile, ma assume una funzione ordinatrice, diventando manifestazione di un ordine più profondo che investe la sfera etica, relazionale e culturale. La figura di Kalliste si configura così come un archetipo ermeneutico attraverso il quale viene interrogata la permanenza del mito nella contemporaneità.
La narrazione non recupera il mito come elemento decorativo o come semplice rievocazione antiquaria; al contrario, esso viene assunto come struttura interpretativa dell’esperienza umana. L’antico Mediterraneo rappresentato da Angela Anzalone si presenta quale spazio simbolico originario, deposito di significati che continuano ad agire nel presente, attraverso processi di trasmissione culturale e sedimentazione memoriale. In questa prospettiva, il mito si rivela una forma di conoscenza che consente di riportare alla luce dimensioni dell’esistenza rimosse dall’orizzonte della modernità.
La bellezza diviene pertanto un’operazione ermeneutica di scavo. Essa permette il recupero di ciò che la storia tende a occultare, rendendo nuovamente intelligibili le radici profonde dell’identità collettiva. Kalliste assume il valore simbolico di una memoria originaria, che non appartiene esclusivamente al passato, ma continua a costituire una risorsa interpretativa per il presente.
La medesima dinamica simbolica viene riproposta nell’opera dedicata a Diego Armando Maradona, dove il fenomeno sportivo viene sottratto alla riduzione cronachistica, per essere inscritto in una più ampia fenomenologia del mito contemporaneo. L’interpretazione di Maradona come “Dio Delfico” non va intesa come semplice iperbole celebrativa, ma come categoria ermeneutica attraverso cui comprendere i processi di sacralizzazione che attraversano le società moderne.
In questa lettura, Maradona trascende la propria individualità biografica per assumere la funzione di simbolo culturale. Il suo gesto atletico viene interpretato come epifania della bellezza, evento capace di generare significati eccedenti la dimensione sportiva. L’armonia del movimento, la creatività del gioco e l’imprevedibilità del talento si trasformano in linguaggio simbolico condiviso, dando luogo a una forma di esperienza collettiva che richiama, sotto nuove forme, la funzione aggregante del mito antico.

Particolarmente significativa risulta la centralità attribuita a Napoli, non come semplice contesto geografico, ma come soggetto ermeneutico attivo. La città partecipa, infatti, alla costruzione del mito attraverso un processo di continua reinterpretazione simbolica. Maradona non è soltanto il protagonista di una vicenda sportiva; egli diviene elemento costitutivo dell’immaginario collettivo napoletano, figura identitaria attraverso cui una comunità narra se stessa, le proprie ferite e le proprie aspirazioni.
In tale prospettiva acquistano particolare rilievo le riflessioni proposte dalla professoressa Maria Puca. L’idea secondo cui bellezza ed etica costituiscono il mito fondante di una comunità consente, infatti, di ampliare ulteriormente la chiave interpretativa dell’opera di Angela Anzalone. Il mito non è mai il prodotto isolato di un individuo, ma il risultato di una continua elaborazione collettiva che coinvolge memoria, riconoscimento e partecipazione.
La figura di Maradona si configura così come paradigma di una soggettività che trova il proprio significato soltanto nella relazione con gli altri. In questo passaggio emerge una significativa consonanza con il pensiero di Aldo Masullo, per il quale l’identità personale non è mai autosufficiente, ma si costituisce all’interno di una rete di rapporti intersoggettivi e di appartenenze simboliche condivise. Il soggetto esiste in quanto riconosciuto, narrato e custodito dalla comunità.
L’eroe mitico, pertanto, non coincide con la sua individualità empirica, ma con il valore simbolico che una collettività gli attribuisce e continuamente rinnova. Maradona diviene “oracolo”, non perché predica una verità astratta, ma perché incarna una promessa di rigenerazione, capace di contrastare narrazioni identitarie negative e processi di marginalizzazione culturale.
Da questo punto di vista, la bellezza assume una funzione eminentemente etica. Essa non coincide con la mera contemplazione del bello, ma implica esercizio, responsabilità e trasformazione. Come sottolineato dalla professoressa Maria Puca, la bellezza è forza e virtù, così come l’etica è conoscenza e impegno operativo. Entrambe richiedono una pratica costante di costruzione del senso e di partecipazione alla vita comune.
L’itinerario intellettuale proposto da Angela Anzalone può, dunque, essere interpretato come una vera e propria ermeneutica della bellezza. Dalla figura archetipica di Kalliste alla mitizzazione contemporanea di Maradona, l’autrice individua una continuità simbolica, che attraversa le epoche storiche e rende visibile la persistenza di bisogni antropologici fondamentali: appartenenza, riconoscimento, memoria e trascendenza.
Tra la Grecia antica e la Napoli contemporanea si dispiega così una medesima tensione culturale: la ricerca di figure capaci di incarnare valori condivisi e di orientare l’immaginario collettivo. La bellezza si rivela allora non un attributo accidentale, ma una categoria interpretativa fondamentale, attraverso cui le comunità costruiscono la propria identità e progettano il proprio futuro.
L’originalità dell’opera di Angela Anzalone risiede proprio nella capacità di mostrare come il mito continui a operare nel presente, trasformandosi e adattandosi a contesti differenti, senza perdere la propria funzione essenziale: quella di conferire significato all’esperienza umana e di custodire, attraverso la bellezza, la memoria vivente di una comunità.

Rosa Bianco
4 giugno 2026





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