L’era dell’intelligenza artificiale (IA) ha smesso di essere una promessa futuristica per diventare una realtà trasformativa. Tuttavia, dietro l’euforia aziendale per gli algoritmi e l’efficienza tecnologica si nasconde una minaccia imminente: l’automazione di massa del lavoro. Mentre in Occidente il dibattito normativo si concentra sulla trasparenza, sui diritti d’autore e sulla classificazione dei rischi, la Cina ha compiuto un passo audace e profondamente umano. Il gigante asiatico sta tracciando la prima frontiera legale al mondo contro i licenziamenti dovuti all’IA, ricordando una premessa che il capitalismo spesso dimentica: la tecnologia deve servire le persone, e non il contrario.

Una recente sentenza del Tribunale Popolare Intermedio di Hangzhou ha segnato una pietra miliare storica. Un lavoratore tecnologico, identificato come Zhou, era stato assunto per verificare l’accuratezza delle risposte generate da modelli linguistici di IA. Quando la tecnologia è diventata sufficientemente sofisticata da operare senza la sua supervisione, l’azienda ha tentato di ridurgli lo stipendio del 40% e, di fronte al suo rifiuto, lo ha licenziato adducendo una «ristrutturazione organizzativa». La giustizia cinese si è pronunciata con fermezza a favore del dipendente, stabilendo che la sostituzione tramite IA non costituisce una causa legale per porre fine a un contratto di lavoro.

Questo caso non è un’anomalia, ma il riflesso di una giurisprudenza in rapida consolidazione. Sentenze simili a Pechino e Guangzhou hanno cementato una solida dottrina giuridica: se un’azienda decide volontariamente di implementare l’IA per essere più competitiva, non può trasferire i rischi e i costi di questa transizione sui propri dipendenti. I tribunali hanno chiarito che l’adozione di algoritmi non costituisce un «cambiamento sostanziale delle circostanze oggettive» —come un disastro naturale o una fusione inevitabile— tale da rendere impossibile l’adempimento di un contratto di lavoro. Il messaggio è chiaro: il progresso tecnologico è benvenuto, ma le aziende devono assumersi la propria responsabilità sociale. Ciò significa che, invece di ricorrere al licenziamento unilaterale, devono dare priorità alla riqualificazione professionale, al trasferimento interno o al pagamento di indennizzi equi.

Il contrasto con l’Occidente è davvero desolante. Negli Stati Uniti vige la dottrina dell’«impiego a volontà», secondo la quale le corporation possono licenziare i lavoratori quasi per qualsiasi motivo. Solo nei primi mesi del 2026, i giganti tecnologici della Silicon Valley hanno licenziato circa 100.000 dipendenti, giustificando esplicitamente queste decisioni con la necessità di dirottare capitali verso investimenti massicci in infrastrutture di IA, stimati in quasi 700 miliardi di dollari. Nel modello statunitense, il costo dell’automazione ricade interamente sul lavoratore disoccupato, mentre gli azionisti privatizzano i margini di efficienza.

Dal canto suo, l’Unione Europea, pur essendo pioniera con la sua esaustiva Legge sull’intelligenza artificiale, si è concentrata sulla mitigazione dei rischi sistemici e sulla garanzia della supervisione umana. La legislazione europea protegge contro la discriminazione algoritmica nelle assunzioni, ma manca di un quadro che impedisca alle corporation di licenziare il proprio personale semplicemente perché un algoritmo risulta più economico.

La filosofia protettiva della Cina va persino oltre gli uffici tecnologici. Il Paese ha implementato direttive storiche per salvaguardare oltre 200 milioni di lavoratori dell’economia collaborativa —la gig economy—, obbligando le grandi piattaforme di trasporto e consegna ad assumersi responsabilità proprie dei datori di lavoro. Gli algoritmi che assegnano compiti e ritmi di lavoro hanno smesso di essere «scatole nere» intoccabili e sono ora soggetti alla contrattazione collettiva.

Di fronte all’imminente ristrutturazione del mercato del lavoro globale provocata dall’automazione, il modello cinese offre una lezione cruciale. Non si tratta di cadere in un luddismo moderno né di frenare lo sviluppo tecnologico; di fatto, la Cina aspira a far penetrare l’IA in oltre il 90% dei suoi terminali intelligenti entro il 2030. Si tratta piuttosto di esigere un disegno istituzionale in cui il progresso tecnologico non esista al di fuori di un quadro di legalità e dignità del lavoro.

La giustizia cinese ha tracciato una linea nella sabbia: l’intelligenza artificiale non può essere una scusa per scartare esseri umani. È imperativo che il resto del mondo ne prenda atto e legiferi di conseguenza. Il costo di questa rivoluzione industriale deve essere condiviso equamente; altrimenti, la celebrata era dell’IA non sarà altro che un nuovo strumento di sfruttamento.

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