Pinocchio, il capolavoro di Carlo Lorenzini detto Collodi, è un’opera veramente singolare e io non esito a collocarlo tra i maggiori romanzi dell’Ottocento italiano. La personalità eccezionale del protagonista, le peculiarità degli altri personaggi, l’inventiva che ha ispirato l’autore nel creare le incredibili avventure del burattino, l’ambientazione in una Toscana povera di piccoli villaggi e di spiagge desolate, la magnifica lingua in cui il testo è scritto, tutto contribuisce a rendere questo libro dallo straordinario successo un’opera letteraria di grande spessore. Si tratta anche di un testo molto complesso, dai molteplici significati, tant’è vero che ne sono state date nel tempo diverse interpretazioni.

In questo saggio intitolato Pinocchio senza fili: la Vita Autentica, Anna Maria Paolini rilegge la storia del celebre burattino utilizzando categorie filosofiche e psicanalitiche. A differenza di quanto si crede comunemente, l’autentico Pinocchio, secondo Paolini, non è il “bambino vero” che spunta nel finale del libro e che ha parole sprezzanti nei confronti del burattino di legno che è stato: la vita autentica di Pinocchio è proprio quella del “pezzo di legno” da cui prima Maestro Ciliegia e poi, con maggior fortuna, Geppetto lo estraggono. Prendendo in prestito il lessico di Martin Heidegger, Paolini afferma che Pinocchio è un vero e proprio dasein, un essere buttato là, che può scegliere se incanalarsi in una vita programmata da altri, che scorra lungo binari precostituiti, o vivere la sua vita autentica, sperimentando le opportunità e le diverse esperienze che gli si pongono davanti. Pinocchio è attratto dalle infinite possibilità della vita, vuole “fare la vita del vagabondo, acchiappare farfalle, salire sugli alberi a prendere gli uccellini di nido”. Proprio l’esatto contrario di ciò che Geppetto, immediatamente reinventatosi padre e educatore, e la società tutta si aspettano da lui. Il percorso di Pinocchio, come sappiamo, sarà duro, perché il burattino dovrà affrontare prove difficili e dolorose, e a parte l’amorevole Geppetto, tutti coloro che incontrerà sul suo cammino saranno spietati verso di lui: dall’arcigno Grillo Parlante, al Gatto e la Volpe che lo trufferanno, alla Fata nelle sue diverse trasformazioni, che gli giocherà dei brutti scherzi, ai vari personaggi minori con cui avrà modo di interagire. Le componenti della sua personalità, Es, Io e Super Io si scontreranno aspramente in lui, ma, secondo l’interpretazione dell’autrice, la comparsa del “bambino vero”, del ragazzino “di ciccia” non rappresenterà una vera evoluzione, ma il prodotto di un adeguamento di Pinocchio alle regole del mondo. Il burattino dovrà quindi perdere la sua vita autentica e adattarsi a un’esistenza di lavoro e sacrificio? Non è detto, perché il burattino di legno non è stato completamente sostituito dal bel ragazzino assennato e compiacente: egli è ancora lì, giace “sur una seggiola”, momentaneamente privo di coscienza, ma pronto a rianimarsi e partire per nuove avventure.  

Sebbene ricco di concetti impegnativi e di rimandi ad autori come il già citato Heidegger, Freud e Jung, Hillman, Platone, il saggio di Anna Maria Paolini è una lettura estremamente gradevole: l’autrice infatti sa affrontare temi importanti senza perdere la leggerezza e l’umorismo.

2 risposte a “Pinocchio senza fili: la Vita Autentica (La Traccia Buona, 2026) Recensione di Marisa Salabelle”

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