Il 13 luglio 2026, un avvertimento congiunto ha scosso le fondamenta del pensiero economico globale. Quasi 200 tra i più importanti economisti, ricercatori e dirigenti tecnologici del mondo — inclusi 16 premi Nobel per l’Economia — hanno firmato una dichiarazione breve ma incisiva intitolata We Must Act Now («Dobbiamo agire ora»). Il messaggio è chiaro: l’intelligenza artificiale potrebbe scatenare una trasformazione economica di portata superiore a quella della Rivoluzione industriale, ma a una velocità talmente vertiginosa da lasciarci soltanto pochi anni, e non decenni, per adattarci.
Per decenni, l’economia convenzionale ha osservato il progresso tecnologico con ottimismo storico, confidando che l’eliminazione di alcuni posti di lavoro avrebbe infine lasciato spazio a nuove opportunità professionali e a nuovi equilibri di mercato. Oggi, quel consenso si è spezzato. Economisti del calibro di Daron Acemoglu e Simon Johnson, storicamente scettici nei confronti degli allarmismi, ammettono che ci troviamo di fronte a uno scenario altamente dirompente e estremamente oneroso per i mezzi di sussistenza delle persone. I ricercatori dell’iniziativa avvertono che stiamo «guidando nella nebbia», mentre altri temono che la società non sia pronta per lo «tsunami» in arrivo. La realtà mostra già segnali preoccupanti: ristrutturazioni aziendali con migliaia di licenziamenti nei giganti tecnologici e un calo annuo di oltre il 4% nell’occupazione dei giovani tra i 22 e i 25 anni impiegati in ruoli esposti all’IA. Inoltre, questa tecnologia è stata costruita sull’uso non autorizzato di milioni di opere protette dal diritto d’autore e di dati raccolti direttamente dal pubblico digitale.
Di fronte a questo scenario, gli strumenti tradizionali risultano insufficienti. Le cause per violazione del diritto d’autore sono complesse e difficili da risolvere su vasta scala, mentre le imposte tradizionali sul reddito o sui consumi possono essere facilmente eluse oppure richiedono anni per essere applicate alle aziende che dichiarano perdite fiscali durante le fasi iniziali di rapida crescita.
Abbiamo bisogno di una soluzione strutturale e profondamente democratica: condividere l’algoritmo attraverso una riforma fiscale senza precedenti. La proposta degli accademici Jeremy Bearer-Friend e Sarah Polcz prevede un’imposta rivoluzionaria che obblighi le aziende sviluppatrici di IA generativa a effettuare un pagamento fiscale una tantum sotto forma di partecipazione azionaria (equity), anziché in contanti.
Questa comproprietà pubblica diretta dell’IA affronta simultaneamente le principali crisi della nostra epoca. Innanzitutto, offre un compenso ai creatori e al pubblico in generale, i cui dati sono stati raccolti senza consenso per addestrare i modelli. In secondo luogo, consente ai lavoratori sostituiti dalle macchine di partecipare direttamente ai benefici della tecnologia che ha rimpiazzato la loro manodopera, mitigando l’allarmante concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi monopoli tecnologici. Infine, garantisce al pubblico rappresentanza e voce nei consigli di amministrazione delle aziende di IA, permettendo di vigilare attivamente sui pregiudizi algoritmici che perpetuano la discriminazione e di riequilibrare lo smisurato potere politico che i miliardari del settore stanno accumulando.
La storia dimostra che la proprietà pubblica frazionata di aziende private non è una fantasia utopica; funziona già con successo attraverso fondi sovrani d’investimento e fondi pensione pubblici, che gestiscono migliaia di miliardi di dollari all’interno di fiorenti economie capitalistiche.
Aspettare di avere certezze assolute sull’impatto dell’IA significherà arrivare troppo tardi. Di fronte a uno tsunami di tale portata, non possiamo metterci a improvvisare argini quando l’acqua starà già raggiungendo la sala del consiglio di amministrazione. Un’imposta in natura sulle azioni delle aziende di IA è la via più praticabile e giusta per garantire che il futuro tecnologico appartenga alla maggioranza della società e vada a suo beneficio, e non a un’élite di azionisti.





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