By Telleena Sbacchi
Il mio amore ha deciso di smettere di cercarti, mentre ripieghi i tessuti della mia carne. Ignori. Metti a posto i cassetti con la distrazione con cui ami il mondo e lo affoghi nelle tue incertezze. Ignori. (mentre) Giochi con piccoli pezzi di buccia d’arancia, li disponi sul tavolo come ostie di un passato che frughi tra le mie labbra. (mentre) Mi infili a forza tutti gli abiti dismessi delle donne da cui ti sei allontanata. Divento colpevole di crimini che non ho commesso. Eppure tu mi guardi, mi rigiri le mani e cerchi il peccato d’altre. (mentre) Mi divarichi la bocca, per rintracciare sangue della loro carne incastrata nelle mie gengiva.
“Non sono… non sono lei…” ti dico.
(mentre) Mi allontano. Ignori.
Sono come una piccola barchetta di carta. A ogni litigio si increspa un’onda che lontana mi porta. Assidue le parole arrivano dall’altra sponda di un altrove che fai fatica a vedere. Le mie parole copiose sono il frastuono dentro il quale ti invito, perché questo silenzio è insopportabile. Iniziano a piovere dappertutto. Trasudano dalla parete, risalgono dal pavimento, piovono dal tetto. Ci affoghiamo dentro.
Scrivo il mio e il tuo copione a mani inferme.
Tu mi dici: “non mi lasci parlare”.
Ma come ci si può muovere attraverso il bosco dei tuoi silenzi senza lasciarsi ferire? Capisci? Ignori. Che le parole sono come giravolte di tessuto spesso che, come un sudario, avvolgo attorno alle mie ossa. Per creare spessore. Così che il dolore ci impieghi del tempo a farsi strada. Questo tuo silenzio corrode il bianco sepolcro. Capisci? Ignori.
Che poi lo so che è prendersi in giro, la carne sotto è marcia. Io ti presto parole che non chiedi in prestito. Il tuo mutismo mi apre la carne.
E sei così brava ad attaccare manifesti in cui spieghi le ragioni per cui occorre rimanere. In questa stanza piena d’acqua ogni cosa è un doppio riflesso, capovolto, in cui si fa fatica a distinguere il giusto dal peccato, dal vero, dal ragionevole. Andare o rimanere? Ma continuiamo a farlo. A dirci addio, mentre ci strappiamo le labbra e ficchiamo le dita negli occhi. Ma con dolcezza, perché dolci lo siamo. Nonostante tutto la morte ci divori e il nostro animo sia più nero della pece e dell’inchiostro che ci ha unite. Dopotutto, lo ripetiamo da mesi che sembrano anni futuri in cui inciamperemo. Le tue parole sembrano l’alibi dell’amante che ha sedotto l’addio. E me lo serve a colazione, poi la sera, nell’ultima battuta prima di andare a letto. E poi lo cancella la mattina al risveglio.
Ti trovo davanti la porta ogni volta che esausta ti sbatto fuori. Ogni volta che mi spengo in un silenzio più profondo del tuo. Più nero del nero della pece e dell’inchiostro che ci ha generate.
Vorrei essere amata e sedotta
Venerata e scopata
“Non essere volgare” diresti, con sguardo traverso a quella gentilezza in cui sei sempre immersa.
Ma tu non conosci la tenerezza di chi conquista la terra.
Né la semina di chi non vuole possedere, ma rendere fertile.
Tu non conosci la paura della perdita. Del vento che con forza i semi trascina via. Quel vento che invoco per alzare questa carcassa che mi fa da anima. Dimmi, tu, dove hai nascosto il tuo nome? In quale parte del mio corpo così ch’io possa reciderla. Userò i denti, le unghie fino a farle sanguinare, ma a te mai sarà fatto nulla. Carne della mia carne decomposta e imputridita.
Cosa sei adesso?
Il cartonato di questa conversazione. Che trascino con piedi di piombo in punti diversi della casa. E ti guardo, faccia di carta. Potrei disegnarti un sorriso sul volto. Uno sguardo dolce e innamorato, quello che sfoderi quando io poi decido di andare via. Quando tu afferri il mio corpo freddo e con prepotenza lo saldi al tuo, prima che varchi la soglia. Seduci ogni mia perplessità, mi distrai dai vuoti e ottieni che io rimanga. Solo per la tua fame. Solo per la vendetta che hai con il mondo. Io non sono la meta, ma il trofeo.
Continuo a trascinarti stanza dopo stanza per trovarti un posto. Guardo la tua immagine senza espressione, dentro le stanze di una casa declinata a singolare presenza. Non mi piace, ma rimango con i piedi immersi nell’acqua che adesso – vedi – gorgoglia dallo scarico buio e nero di quella camera che non oso aprire.
Devi saperlo che la mia carne e il mio sangue si aggirano affamati in questo perimetro vuoto. E in questa follia che mi è casa io continuo a cercare
le tue mani
la tua lingua
la tua saliva.
Non so più cosa significhi desiderio. Labbra spaccate e mani con piccole e fastidiose ferite d’assenza.
Poi c’è lei. Altra da te. Che mi desidera com’io vorrei desiderarla. Com’io vorrei tu desiderassi me. Ma, in verità, ti dico che io. Io… sì.
Non so se vorrei desiderarti come lei fa con me.




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