Eugenio, che all’epoca era un giovanotto delle alture di Voltri, a Genova, viveva in una casa di campagna, circondato dalla sua numerosa famiglia. Il padre e la madre avevano messo al mondo ben quattro maschi e quattro femmine.

Erano tempi difficili: la guerra, prima, e la povertà, poi, avevano stremato la popolazione. La famiglia di Eugenio, pur avendo tante bocche da sfamare, se la cavava col duro lavoro nei campi. Il ricavato dalla vendita dei prodotti agricoli ed una piccola scorta destinata all’autoconsumo, gli consentivano di vivere in modo abbastanza dignitoso.

Tra i beni di prima necessità, però, il sale e l’olio erano sempre un problema.

Per il sale ci si arrangiava scendendo di notte dalle alture fino al mare con delle grosse damigiane che si riempivano con l’acqua salata e si trasportavano, su di un carretto, fino a casa. Con l’ausilio di un grosso pentolone, si faceva bollire l’acqua fino ad ottenere i cristalli di sale. L’importante, però, era agire di notte e ben attenti a non farsi vedere dalle guardie: era severamente vietato compiere queste azioni.

Per quanto riguardava l’olio, invece, la situazione era più complessa. Bisognava andare fino ad Imperia e da Genova, negli anni quaranta, non era di certo una passeggiata. Ed è durante uno di questi spostamenti che accadde un fatto molto particolare.

Quella mattina spettava a Eugenio il compito di viaggiare fino a Imperia, per riempire le grosse damigiane di vetro che il padre aveva preparato la sera precedente. L’uomo, un tipo molto brusco e temuto da tutti, era una di quelle persone che non contemplava né un “ma” né un “no” come risposta. Perciò il ragazzo assieme a Giuseppe, il fratello più grande, partì alla volta della lontana città dell’estremo ponente ligure.

Lasciarono casa mentre fuori era ancora buio.

CONTINUA…

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