Racconto di Marisa Salabelle

Quello fu un anno eccezionale, che la nostra famiglia ricorderà per sempre. Dovemmo fare dei sacrifici, è chiaro, ma fummo ricompensati dal rafforzamento del nostro legame reciproco, e dalla consapevolezza di aver fatto il nostro dovere.
Ricordo nitidamente la mattina in cui un uomo in uniforme si presentò a casa nostra.
«Devo sigillare il rubinetto del gas», disse, mostrandoci un tesserino che lo identificava come funzionario statale di serie A.
Lo seguimmo in cucina, dove, con molta destrezza, dopo aver estratto alcuni strumenti da una borsa che portava a tracolla, chiuse in maniera definitiva l’accesso del gas nella nostra casa. Eravamo preoccupati, ma al tempo stesso fieri, e seguivamo con attenzione ogni mossa dell’uomo.
«Ecco fatto», disse quando ebbe finito. «D’ora in avanti non dovrete più preoccuparvi di niente.»
Da quel momento in poi non ingerimmo mai più nulla di cucinato: ci nutrivamo di verdure crude, frutta, qualche mollusco di tanto in tanto, e se proprio sentivamo il desiderio di qualcosa di caldo, c’era sempre la Mensa patriottica dove andare con una gamella a racimolare un po’ di zuppa.
Passarono poche settimane e ci requisirono l’automobile: peccato, ma in ogni caso non potevamo più usarla per la mancanza di combustibile.
Poi venne il momento dell’elettricità: la procedura fu più o meno la stessa, arrivò un funzionario a sigillare il contatore, noi lo seguimmo con una certa apprensione ma anche con l’orgoglio dei cittadini che si sacrificano per una causa superiore. Non fu facile abituarsi al lume delle candele, e ci costò un po’ rinunciare alla televisione: in compenso potevamo leggere a letto, sotto le coperte, fino a che la candela non si consumava, oppure, al buio, raccontarci vecchie leggende e storie di paura.
E che bello, passare la serata tutti nella stessa stanza, esalando nuvolette di condensa, infagottati in pesanti maglioni irlandesi, pantaloni di fustagno, grossi calzerotti lavorati ai ferri, e poi, al momento di andare nelle nostre stanze per la notte, correre pestando i piedi per scaldarli lungo il corridoio e infine tuffarsi sotto i pesanti coltroni imbottiti! È in questi momenti che il senso della famiglia è veramente forte, come l’amore per la Patria e l’odio verso il nemico.
La guerra non l’abbiamo vinta, la Russia ha assunto il governo del mondo, noi siamo stati deportati in Siberia e questo mio scritto è forse l’ultima testimonianza che vi arriverà dalla lontana Kamchatka. Da questo luogo remoto non sappiamo nemmeno quanti siano i sopravvissuti all’escalation nucleare: proprio l’estrema lontananza ci ha salvati, tagliandoci fuori, in compenso, dal resto del mondo, che esista ancora o meno. Affido questo messaggio alla tradizionale bottiglia, che lancerò tra le onde del Pacifico, ormai diventato un caldo mare tropicale. Il nostro piccolo gruppo resiste, ci cibiamo di pesci e di frutta che, grazie al grande mutamento climatico accelerato dal calore rilasciato dalle bombe, cresce abbondante e rigogliosa. A voi tutti, chiunque siate, va il nostro più affettuoso saluto.
Viva la Patria, viva la Libertà!





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