Di Marco Crestani

Penso alle cartoline, a certe vedute fané, fotografie sovraesposte che sembrano provenire da un altro secolo: Piazza San Marco o il Canal Grande, icone di un’immaginario collettivo ormai consumato… Poi, sul retro di una, leggo due parole: “abbracci! auguri!”, seguite da una firma: “Alberto e Stefano”.
L’Alberto in questione è Alberto Arbasino, inconfondibile non solo per la scrittura, ma per quel modo tutto suo di trasformare anche il gesto più semplice in un atto di stile

Arbasino inviava decine di cartoline, di volta in volta, ad amici, conoscenti, interlocutori occasionali, disseminando auguri e baci in formule sempre diverse, ora ironiche ora poetiche. “Auguri! auguri!”, “baci storici e geografici!”, “auguri e baci simbolisti!”, “baci vicinali e reciproci!” — firmate da lui e da Romolo, il compagno di una vita, ribattezzato Stefano. Queste cartoline, apparentemente leggere, sono oggi dei piccoli monumenti a un’epoca in cui la scrittura a mano e la lentezza della posta erano ancora rituali di comunicazione, non solo atti burocratici.

In “Stile Alberto” di Michele Masneri (Quodlibet, 2021) si comincia proprio con le sue cartoline, con quella sua calligrafia elegante che il tempo ha lentamente consumato. È commovente vedere, nelle dediche autografe sui libri Adelphi, i segni di una mano che invecchia, che trema. Eppure, anche in quella decadenza, c’è stile. Lo scrittore più colto delle lettere italiane non smise mai di firmare, di dedicare, di ricordare — anche a chi lo aveva intervistato anni prima, magari citando una gita a Chiasso, “alla stanga della dogana” (aveva un orecchio fine, anche per i dialetti). L’amico Giovanni Agosti, storico dell’arte, ha conservato perfino i fax, ora sbiaditi, tra montagne di libri che Arbasino definiva «una gran ginnastica» da spostare, cercare, riordinare.

In queste tracce, in questi gesti, c’è molto più di un semplice ricordo. C’è la testimonianza di un modo di vivere la cultura come pratica quotidiana, come atto di resistenza contro l’omologazione. C’è l’idea che la letteratura non sia solo ciò che si scrive, ma anche ciò che si vive, ciò che si condivide, ciò che si lascia dietro di sé, come una scia di cartoline sparse nel vento.
E oggi, in un’epoca in cui tutto sembra acceleratoeffimero, solo digitale, quelle cartoline — quelle firme, quei messaggi — ci parlano di un altro tempo. Un tempo in cui anche un piccolo rettangolo di carta poteva essere un atto di bellezza. Un tempo in cui la cultura era gesto, non solo consumo. Un tempo che, forse, non è del tutto perduto, se ancora ci fermiamo a guardare, a leggere, a ricordare.


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