1912 – 1980
Grazie a un aspetto che non passava inosservato per l’espressione arcigna, ma tutto sommato simpatica, si è distinto più che altro come caratterista, interpretando personaggi eccentrici e bucolici. Il contrasto tra lo sguardo allucinato, definito spesso “selvaggio” dai critici, e un temperamento affabile e cordiale, gli consentirono di affermarsi in melodrammi e commedie nere. Caratterizzato dal naso aquilino e dalle inconfondibili sopracciglia folte e incolte, spesso accompagnate a barba e baffi che accentuavano l’espressione burbera, era dotato anche di una voce profonda e risonante, non sempre resa adeguatamente nel doppiaggio italiano.

Hugh Emrys Griffith nasce a Marian-glas, nel Galles del Nord, il 30 maggio 1912. Arriva al cinema in ritardo, a 38 anni, dopo gli studi d’obbligo ad Anglesey e la mancata iscrizione al college per non aver superato gli esami di dizione inglese. Si trasferisce a Londra dove lavora come agente bancario, solo per ottenere il denaro sufficiente e iscriversi alla prestigiosa Royal Academy of Dramatic Arts di Londra. Nel 1939 fa il suo esordio nel teatro elisabettiano. Ma la guerra interrompe la sua carriera proprio quando sta per sbocciare. Nel 1940 si arruola nell’esercito, prestando servizio in India per sei anni. Dopo la guerra, riprende una carriera di successo sul palcoscenico, apparendo in diverse commedie con la Royal Shakespeare Company. Si fece notare soprattutto come Falstaff e nel suo ruolo preferito, Re Lear, che interpretò sia in inglese che nel suo nativo gallese. Al cinema, dopo diversi ruoli non accreditati, interpreta un ruolo di contorno nel melodramma Amarti è la mia dannazione (1948), ma il successo arriva con la commedia nera Sangue blu (1949), a fianco di Alec Guinness.

Hollywood lo chiama per Ben-Hur (1959), dove si consacra definitivamente, vincendo l’Oscar come miglior attore non protagonista, nel simpatico ruolo dello sceicco Ilderim, che fornisce a Ben-Hur i cavalli con cui gareggiare nella corsa con le bighe. Con questo Oscar diventò il secondo attore gallese a vincere il premio, dopo Ray Milland per Giorni perduti (1945). Seguirono chiamate per altri kolossal di prestigio, quali Exodus (1960), Gli ammutinati del Bounty (1962), Tom Jones (1963), per cui ottiene un’altra nomination all’Oscar. Per gran parte della lavorazione di Tom Jones era completamente ubriaco. La scena in cui il suo cavallo gli cade addosso non era prevista e fu la conseguenza di una perdita di equilibrio dell’attore: tutta la scena ripresa nel film è assolutamente reale, perché il regista continuò a girare fino a un attimo prima che i soccorritori entrassero in scena per assisterlo.

Nel 1966 è interprete della commedia Come rubare un milione di dollari e vivere felici, con Audrey Hepburn e Peter O’Toole, in cui è un simpatico imbroglione che falsifica opere d’arte, mentre nel 1968 è il magistrato nel musical Oliver! Negli anni ’70 partecipa ad alcuni horror: Satana in corpo (1970), L’abominevole dr. Phibes (1971) e Frustrazione (1972), con Vincent Price, e partecipa anche a tre film italiani: I racconti di Canterbury (1972), Crescete e moltiplicatevi (1974) e Cugini carnali (1974). Durante la lavorazione di Come rubare un milione di dollari e vivere felici, era stato licenziato per un persistente comportamento scorretto, tra cui andare in giro nudo per i corridoi del George V Hotel, tenendo sulle parti intime il cartello «Non disturbare», in cui aveva cancellato il non con una croce.

Noto da sempre per la sua propensione al bere, finì per diventare vittima di un alcolismo cronico, che limitò i suoi ruoli cinematografici a brevi camei durante gli anni ’70, sempre più brevi con il passare del decennio. Tra i suoi compagni di bevute, l’attore Richard Burton e il poeta Dylan Thomas. Charlton Heston lo descrisse affettuosamente come “una selvatica capra gallese”, ma altri non furono altrettanto affettuosi: è noto che Edith Evans, che interpretava sua sorella in Tom Jones, non lo sopportava affatto, così come lui non sopportava lei. Tuttavia, poiché nel film dovevano essere antagonisti, entrambi sfruttarono questa ostilità a vantaggio della pellicola. Sir John Gielgud si riferiva a Griffith come al suo attore meno preferito, ma ha sempre elogiato la sua celebre interpretazione in Ben-Hur.
Griffith aveva sposato nel 1947 un’australiana, Adelgunde Margaret Beatrice von Dechend, con cui rimase fino alla sua morte. Malato da tempo, indebolito soprattutto dal lungo abuso di alcol, Hugh Griffith muore d’infarto il 14 maggio 1980, pochi giorni prima di compiere 68 anni.

«Mi è difficile nominare un uomo interessante che non beva»
FONTI: IMDb – cinekolossal





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