C’è un rumore unico sordo ma deciso che marchia a vivo come la lama bollente di un arnese riscaldato a tradimento. E’ un dolore lacerante e bruciante, disgregante.
La stanza dei colloqui si riempie spesso con questo rumore, si tratta della eco portata dalla prima delusione d’amore. Non si tratta, infatti, di nostalgia o solitudine. Nei racconti dei giovani che subiscono la prima rottura d’amore è un’altra la parola che si ripropone con forza: “non esisto più”.
Non esistere, la perdita della propria massa corporea ma soprattutto psichica, sentirsi evanescenti e inesistenti senza un peso specifico che attesti la propria persistenza nel mondo.
Cosa accade quando termina la prima storia d’amore?
Per comprendere cosa accade quando finisce l’illusione della fusione dobbiamo un attimo fare un piccolo passo indietro. Il primo amore porta con sé un carico di investimento libidico massivo; questo comporta che la posta in gioco qui non è amare solo l’altro, ma amare l’immagine di sé nell’altro quello cioè che gli occhi dell’altro rimandano di me che tendenzialmente è qualcosa di iper positivo (d’altronde se lei o lui sta con me, vuol dire che io ho qualcosa che un altro/a non ha).
Si tratta di una idealizzazione piena, ciò che è già accaduto nella vita dell’infante quando l’altro -durante lo stadio allo specchio descritto da Lacan (6/18 mesi)- restituiva in termini di immagine e identità: “questo sei tu!”.
Come al tempo ci fidammo di ciò che l’altro disse di noi, offrendoci una illusoria identità unitaria, presentandoci cioè una forma già lì di cosa potevamo (in termini identitari) essere, anche ora ci fidiamo dell’amato. Accade allora che il confine tra l’IO e il NON IO diviene poroso, l’altro ne è ospite fisso tanto da diventare improvvisamente reggente di tutta quella fragile impalcatura psichica ancora in via di definizione (ricordiamo che l’adolescenza ha questo ingrato e straordinario compito: terminare con una strutturazione identitaria).
Quando pertanto quel legame si spezza, non avviene un semplice trasloco fatto di “arrivederci, è stato bello!” ma si assiste a una demolizione spasmodica, senza nessun piano regolatore predeterminato: tutto salta d’improvviso.
Dalla ferita narcisistica alla frammentazione.
Spesso mi si chiede perché questo dolore psichico porti anche un dolore fisico. La risposta risiede nella tipologia di attacco che l’IO subisce.
Il Crollo del Senso di Valore (Trauma Narcisistico): Il rifiuto o la fine della storia viene vissuto dall’Io come una smentita radicale del proprio diritto di esistere e di essere desiderato. L’IO si sente improvvisamente “difettoso”, incapace, nudo.
L’Invasione del Mondo Interno: Gli oggetti interni, che prima garantivano stabilità e sicurezza, si frammentano. Il mondo interiore, da luogo di rifugio, si trasforma in un territorio ostile popolato da fantasmi di abbandono e frammenti di ricordi che feriscono al minimo contatto.
La Perdita di Senso: Se l’altro era il sismografo su cui misuravamo il nostro valore nel mondo, la sua assenza azzera le coordinate. È il vuoto totale.
Si assiste ad una temporanea de-strutturazione dell’IO ovvero a quella fase dove i meccanismi di difesa crollano, falliscono, lasciando il soggetto preda e vittima di un’angoscia di frammentazione quasi primitiva ed ecco la sensazione di star scomparendo.
L’adolescente che soffre per amore non può essere accolto da un semplice “passerà”. Nonostante il tempo sia sempre il miglior alleato, qui il senso del dolore è ben diverso. E’ un solco che si crea, un buco che mangia lentamente ogni cosa intorno a sé. Normalizzare la sensazione e il dolore è un primo passo ma bisogna imparare a stare in questo buco, a vivere nel crollo e nel dolore dell’assenza di quello sguardo che di noi, tante cose belle, rimandava.
Bisogna diventare a nostra volta holding winnicottiano; bisogna esser capaci di tollerare l’angoscia del vuoto senza l’ansia di doverlo riempire subito. Smettete di dire a figli, amici o conoscenti “morto un papa se ne fa un altro”. Cominciamo a capire che possiamo stare anche senza qualcuno che rimandi un’ideale di noi perché noi stessi siamo il nostro ideale (c’è narcisismo e narcisismo. Quella piccola quota funzionale va riattivata quando è necessario).
Il paziente, nel caso della stanza dei colloqui, va aiutato e scortato verso la risalita consapevole comprendendo che la fine di quell’amore non è un fallimento da cui è impossibile ripartire. L’IO non dimentica ma ricorda, ripete e rielabora.
La ristrutturazione avviene quando il paziente, lentamente, inizia a disinvestire l’altro e a ricanalizzare quell’energia psichica verso se stesso. È un processo doloroso di lutto e differenziazione. Si impara, spesso per la prima volta, che l’Io può sopravvivere alla perdita; che le pareti del proprio mondo interno possono essere ricostruite con materiali più elastici, capaci di reggere l’urto della vulnerabilità.
La prima delusione d’amore è il primo grande incontro con la nostra complessità emotiva. Ci insegna che siamo separati, che siamo interi anche quando ci sentiamo spezzati. Che un IO ferito sopravvive e che è capace di guarire, di stare solo e di stare al e nel mondo. Il primo amore che termina ci mostra che nonostante tutto, c’è qualcosa di più grande e più forte: chi sono IO.
Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità





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