Disarmare il discorso è un saggio di Federico Faloppa, edito da effequ. È un testo abbastanza corposo e affronta il tema della militarizzazione del linguaggio da diversi punti di vista. Da parecchio tempo infatti il linguaggio, quello dei politici e dei media, ma in parte anche quello delle persone comuni, ha assunto toni bellicosi e attinge a piene mani a immagini e metafore di stile guerresco. È chiaro che il modo in cui parliamo ha una grossa influenza sul modo in cui pensiamo e anche sulle nostre azioni: non è un mistero che anche modificando il linguaggio si cerca di instillare nelle persone una mentalità che sembra più adeguata a questi tempi così travagliati. Il tema della guerra, delle armi, l’esortazione alla combattività, l’atteggiamento sprezzante verso parole come pace, pacifismo, nonviolenza sono ormai entrati nel lessico quotidiano. La generazione alla quale appartengo, i molto scherniti boomers, viene indicata come una generazione viziata, che non ha conosciuto la durezza della guerra e che quindi non è capace di entrare in sintonia col nuovo clima, che esalta patriottismo, nazionalismo, sacrificio, eroismo. Siamo dei paciocconi, noi, abbiamo perso lo spirto guerrier di cui era imbevuto il bravo Niccolò Foscolo detto Ugo.
In Disarmare il discorso, Faloppa analizza molti documenti, articoli e saggi, interviste, dichiarazioni, persino il Dizionario esplicativo della lingua ufficiale della Federazione Russa e le espressioni tipiche della lingua tertii imperii: il Terzo Reich. A volte il linguaggio è mellifluo, nasconde i significati dietro eufemismi e immagini attenuate; altre volte invece è incredibilmente esplicito e dichiara con chiarezza. Conosciamo esempi del primo e del secondo caso: guerra giusta, operazione speciale, iniziativa umanitaria, sono tutte espressioni dietro le quali si vorrebbero celare le tante aggressioni compiute dalle principali potenze internazionali. Ma ultimamente assistiamo a un cambiamento: invece di nascondere la realtà dietro espressioni edulcorate, ci si sente autorizzati a usare un lessico estremamente aggressivo. Ne sono esempi lampanti Donald Trump e la classe dirigente israeliana, quando parlano apertamente di distruzione, annientamento, “lavoro” da finire, quando danno alle loro operazioni militari nomi significativi e quando indicano il “nemico” con parole deumanizzanti, in cui persone come noi sono paragonate a insetti schifosi e a bestie “non umane”.
Nella seconda parte del volume l’autore fa una rapida carrellata dei principali conflitti che si sono svolti dopo la fine della Seconda guerra mondiale fino a ora: si parla della Guerra fredda, delle cosiddette guerre umanitarie intraprese col pretesto di portare libertà e democrazia, delle guerre balcaniche, della “guerra al terrorismo”, dell’attacco preventivo, un altro bel neologismo.
La terza parte analizza il modo in cui di volta in volta si costruisce il “nemico” e lo si definisce, la quarta e ultima parte infine cerca di cogliere i segnali che da ogni parte del mondo si levano contro la guerra e per la riappropriazione da parte delle persone di un linguaggio e di prospettive di pace.





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