Nell’era dell’iperconnessione, milioni di giovani in Cina hanno trovato rifugio emotivo in una singolare legione di accompagnatori digitali. Personaggi virtuali come la dolce fidanzata Xiaomei o il premuroso fidanzato Xiaoshuai sono diventati i confidenti quotidiani di una generazione segnata dalla pressione sociale e dall’isolamento. Tuttavia, lo scorso 15 luglio 2026, l’entrata in vigore delle «Misure provvisorie per l’amministrazione dei servizi di intelligenza artificiale interattiva antropomorfa» ha provocato un terremoto tecnologico: le funzioni di «agenti emotivi» di piattaforme di massa come Doubao e Qianwen sono state improvvisamente disattivate. Questo drastico intervento governativo, la prima regolamentazione al mondo rivolta specificamente al legame affettivo tra esseri umani e IA, ci obbliga a porci una domanda scomoda: la matematica può davvero curare la solitudine oppure ci troviamo di fronte a un pericoloso placebo psicologico.

Per comprendere la dipendenza generata da questi servizi, è necessario esaminare gli ingranaggi della mente umana. Da quando Joseph Weizenbaum creò il bot ELIZA nel 1966, la psicologia studia il cosiddetto «effetto ELIZA»: la nostra tendenza inconscia a proiettare qualità, emozioni e capacità di comprensione umane sui sistemi informatici. Questa vulnerabilità viene accentuata dall’IA moderna attraverso un ciclo ricorsivo. In primo luogo, il design antropomorfo dell’IA genera una distorsione cognitiva; in seguito, tale distorsione accresce la percezione di «presenza sociale» — la sensazione di trovarsi in compagnia di un altro essere cosciente —; infine, l’utente attiva un processo di transfert psicologico e proietta i propri desideri affettivi su una macchina che si limita a concatenare simboli preprogrammati. Come avvertono giustamente gli analisti, l’IA non ama né acconsente: è soltanto un «compiacente servitore algoritmico che simula affetto in cambio di denaro».

La scienza ha cominciato a smontare le affermazioni commerciali di queste aziende specializzate nell’accompagnamento virtuale. Uno studio pubblicato nel 2026 da ricercatori dell’Università della Columbia Britannica e dell’Università della Pennsylvania ha confrontato gli effetti dello scambio quotidiano di messaggi con un chatbot ultraempatico, chiamato «Sam», con quelli di una conversazione con uno studente reale. I risultati sono stati inequivocabili: dopo due settimane di interazione, il chatbot non è riuscito a ridurre i livelli di solitudine dei partecipanti, mentre parlare con un’altra persona ha prodotto miglioramenti significativi e duraturi. La ragione risiede nel fatto che la vera intimità non è unidirezionale. Le relazioni autentiche si nutrono di reciprocità, vulnerabilità reciproca e dello sforzo condiviso che comporta la scelta di dedicare tempo all’altro. Un bot sempre disponibile e privo di una vita propria non possiede questo peso emotivo.

Lo Stato cinese ha giustificato la propria linea dura — che vieta esplicitamente queste relazioni virtuali ai minori di 18 anni — con la preoccupazione per la salute mentale dei giovani. Nel 2025, un’indagine nazionale ha rivelato che oltre il 20% dei minori preferiva conversare con un’IA piuttosto che con persone reali. Limitando gli algoritmi progettati per indurre dipendenza, la nuova normativa cinese segna una svolta storica: per la prima volta, l’attenzione della regolamentazione tecnologica non si limita alla protezione dei dati o della proprietà intellettuale. Ora lo Stato interviene direttamente per verificare la responsabilità etica delle aziende rispetto ai legami emotivi costruiti dai loro prodotti.

Questo cambiamento di paradigma ci ricorda che la solitudine, un male che colpisce una persona su sei nel mondo, non verrà risolta mediante sofisticate righe di codice. Obbligare i giganti tecnologici a limitare la dipendenza emotiva e garantire che gli utenti possano «disconnettersi» liberamente rappresenta un primo passo ragionevole. In definitiva, delegare il nostro bisogno di affetto a un fidanzato o a una fidanzata di silicio non è altro che un anestetico temporaneo. Per curare la solitudine collettiva, la soluzione non consiste nell’ottimizzare l’empatia artificiale delle macchine, bensì nel ricostruire le reti di empatia reale tra di noi.

Una risposta a “Un miraggio di seta: fidanzati virtuali in Cina e l’illusione dell’affetto programmato by Rafael Julivert Ramírez”

  1. Sempre molto interessanti i tuoi articoli. Effetti della solitudine e un ulteriore oppio per i popoli

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