Gianna Manzini è una scrittrice pistoiese, nata nel 1896 e morta nel 1974. È stata un’importante scrittrice e con Ritratto in piedi ha vinto il premio Campiello nel 1971. Il ritratto in questione è quello di suo padre Giuseppe, un uomo che ha molto amato e ammirato, ma che nel corso degli anni ha progressivamente allontanato da sé. Gianna ha coltivato a lungo l’idea di un libro incentrato sulla figura paterna, ma per molto tempo ha rinunciato a mettervi mano, perché se ne sentiva incapace e indegna. Infatti l’opera arriva quando l’autrice è già ultrasettantenne, a pochi anni dalla sua morte.

Giuseppe Manzini era un anarchico, malvisto in città e malvisto, più tardi, dal fascismo nella sua ascesa e nei suoi primi anni al potere: fu confinato due volte, a Porto Ercole e poi a Cutigliano, dove morì nel 1925 a causa di un infarto sopraggiunto dopo un inseguimento da parte di fascisti locali. Il libro, scritto in uno stile oggi un po’ datato, ma ricco e raffinato, è bello per varie ragioni. Intanto perché questo ritratto è davvero efficace, ed è un “ritratto in piedi”, in quanto ci offre l’immagine di un uomo votato ai suoi ideali, coerente, generoso, di nobile animo. Poi perché mette a fuoco l’amore incondizionato e la grande ammirazione che la piccola Gianna ha nutrito per il suo babbo: uomo audace nelle sue prese di posizione, esposto, capace di mettere in difficoltà la borghese famiglia della moglie, che infatti si era separata da lui, non per disamore, ma perché persuasa, o costretta, a liberarsene, in cambio dell’accoglienza nella casa del fratello e del suo sostegno economico. Infine perché c’è Pistoia e ci sono le sue montagne, Cutigliano, il monte Libro Aperto, il lago Scaffaiolo, e la descrizione dei luoghi cittadini e appenninici è talmente viva e precisa che per me, che conosco bene le vie della città e i sentieri montani, è emozionante vederli con gli occhi della giovanissima Gianna, più di cento anni fa. Via degli Orafi, con le sue botteghe di orefice, una delle quali era quella del padre; il Caffè del Globo, la Ripa del Sale, i bar e le trattorie dove Manzini incontrava i suoi compagni anarchici e portava con sé la figlia bambina, che crebbe nell’ammirazione per quell’ambiente di idealisti, respinti ai margini della buona società pistoiese benpensante, che dopo un secolo ancora posso riconoscere.

Perché poi Gianna si allontanò dal padre? Aveva bisogno di staccarsene, per poter crescere, per vivere la sua vita, anche per la propria sicurezza: madre e figlia si trasferirono a Firenze e Gianna conobbe gli ambienti universitari e intellettuali della città, ma sentì sempre il rimorso di aver ripudiato i valori trasmessi a lei dal padre. Pagò il suo debito solo molti anni dopo, con questo libro che rievoca in modo commovente la figura dell’anarchico Manzini.

4 risposte a “Ritratto in piedi, di Gianna Manzini (Mondadori, 2024). Recensione di Marisa Salabelle”

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  2. […] per rimanere in tema con la recensione della settimana scorsa (Ritratto in piedi di Gianna Manzini) torno sull’Appennino pistoiese, questa volta in compagnia dell’amico […]

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  3. […] cattolica uscirà a breve. Intanto in agosto sono uscite anche le recensioni di Ritratto in piedi, qui, e di Pastorale, […]

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